TEHERAN – Le sirene d’allarme, le esplosioni, le scie dei missili e il rumore dei droni continuano a scandire il tempo di una guerra, quella lanciata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, che entra nella sua seconda settimana senza alcuna speranza di tregua.
Perché se da una parte il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha spiazzato i leader mondiali offrendo “scuse ai Paesi vicini che sono stati attaccati” e segnalando l’impegno a non prenderli di mira a meno di raid contro la Repubblica islamica, dall’altra ha assicurato che Teheran “non si arrenderà mai agli Usa e a Israele”, mettendo in chiaro che le basi americane nella regione restano “un obiettivo legittimo”.
Parole a somma zero che non cambiano la realtà sul terreno: i raid sul Golfo sono proseguiti per tutto il fine settimana, provocando anche un morto a Dubai. Attacchi osannati dall’ala più dura dell’establishment iraniano. A prima vista, le scuse offerte da Pezeshkian sono sembrate segnalare un cambiamento di tattica, a fronte della pressione diplomatica a cui Teheran è sottoposta per cambiare rotta per il rischio di unire l’intero mondo arabo contro l’Iran.
Con il passare delle ore, la portata delle dichiarazioni del presidente è stata tuttavia smorzata prima dal capo della magistratura iraniana - ed esponente della linea dura del consiglio triumvirato ad interim - Gholamhossein Mohseni Ejei, secondo il quale ci sono “prove” che alcuni Paesi della regione si siano messi “a disposizione del nemico” e di conseguenza, “i pesanti attacchi contro questi obiettivi continueranno”.
In seguito, anche il potente presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha messo in chiaro che gli Stati che ospitano basi americane nella regione “non godranno della pace”.
Posizioni che mostrano plasticamente il cortocircuito in corso all’interno della leadership iraniana nella partita per il futuro della guerra e della stessa Repubblica islamica. Di fronte a questo quadro, nessuno è rimasto sorpreso del fatto che gli attacchi iraniani siano proseguiti su tutta la regione.
Gli Emirati hanno intercettato decine di missili e droni: a Dubai, una persona di origine asiatica è morta dopo che la sua auto è stata colpita dai detriti di un missile intercettato, mentre in precedenza lo scalo dell’emirato aveva sospeso per alcune ore le operazioni.
In Bahrein, un attacco iraniano ha causato un incendio nella capitale Manama danneggiando una casa e altri edifici, mentre i pasdaran hanno rivendicato di aver colpito la base Usa di Juffeir “in rappresaglia all’attacco dei terroristi americani all’impianto di desalinizzazione di Qeshm”. Esplosioni sono state udite a Doha, e l’Arabia Saudita ha dichiarato che un missile indirizzato verso una delle sue basi aeree è caduto in un’area disabitata.
Sul fronte con Israele, la Repubblica islamica ha lanciato una serie di attacchi che ha fatto scattare gli allarmi a Tel Aviv e nel centro di Israele, mentre l’Idf ha annunciato di aver distrutto 16 aerei nei raid sull’aeroporto di Mehrabad tra gli attacchi contro Teheran e Isfahan. E sullo scontro militare in Libano, un blitz delle forze israeliane per recuperare i resti di un pilota nel villaggio di Nabi Sheet, nella parte orientale del Paese, ha provocato almeno 41 morti, secondo il governo di Beirut.
Il presidente americano Donald Trump, nel frattempo, ha tracciato un primo bilancio del conflitto (“stiamo vincendo di gran lunga”) mostrando di non voler arretrare neanche di un millimetro fino alla resa completa e definitiva di Teheran. Un obiettivo da raggiungere con attacchi serrati (“li colpiremo ancora molto duramente”) e ampliando l’operazione a nuovi target finora non nel mirino.
E con lo schieramento di una terza portaerei, la Uss George H.W. Bush, salpata verso il Mediterraneo insieme a una flotta di altre quattro navi da guerra. Ma non basta. Per centrare l’obiettivo della “completa distruzione” del nemico, Trump inizia a pensare seriamente anche all’ipotesi di schierare un ristretto numero di truppe nel Paese. “Potrebbe essere, ma devono esserci ottime ragioni”, ha risposto il presidente USA alla domanda di un giornalista.
Intanto, manifestazioni contrapposte sulla guerra si sono svolte in diverse città del mondo a una settimana dallo scoppio del conflitto. Alcuni, sventolando bandiere con un leone, simbolo dell’ex monarchia iraniana, sono scesi in piazza per sostenere il ritorno di Reza Pahlavi, figlio del defunto scià dell’Iran, residente negli Stati Uniti. Altri, invece hanno protestato contro la guerra e altri ancora hanno sostenuto la defunta Guida Suprema, Ali Khamenei. A Parigi si è svolta una manifestazione a sostegno del figlio dello scià per guidare una fase di transizione, un’altra contro questo scenario.