Laura Manenti non ha mai deciso di diventare una fisica delle particelle. O meglio: non lo ha deciso in un momento preciso, con quella chiarezza di intenti che spesso si attribuisce a chi finisce per fare cose straordinarie. “Io ammiro la gente che dice che fin dall’infanzia sapeva la strada che avrebbe intrapreso. Per me non è mai stato così”.

Eppure oggi è docente alla School of Physics dell’Università di Sydney, ha vinto una sovvenzione da 800.000 dollari dal governo australiano, gestisce un laboratorio e forma i ricercatori del futuro. Il suo percorso, tra Milano, Londra, Abu Dhabi e Sydney, non è stato pianificato: è stato costruito attraverso circostanze, incontri, colloqui di dottorato fatti durante il viaggio di nozze.

Tutto è iniziato al quarto anno di liceo classico, durante un periodo di studio negli Stati Uniti, a Washington. È lì che Laura si è innamorata della fisica. Merito di un’insegnante americana che era, prima di tutto, una fisica,

“In Italia l’approccio è molto teorico. Noi in America avevamo la classe, con il laboratorio. Quando studiavamo il moto rettilineo uniformemente accelerato, andavamo in laboratorio e misuravamo i tempi impiegati dalla pallina a percorrere il tratto lungo il piano inclinato. Era tutto più concreto”.

Tornata a Milano, ha fatto la tesina di maturità sul principio di indeterminazione di Heisenberg . Ha scelto fisica all’università e questo amore per la scienza non è mai finito.

Dopo la triennale e gli anni della magistrale a Milano, Londra è stata la tappa successiva: tesi finale alla University College London, dove il suo fidanzato lavorava già. Poi è arrivato un dottorato trovato quasi per caso: il suo futuro relatore era appena rientrato dagli Stati Uniti e cercava uno studente per un progetto su un rivelatore di materia oscura al Gran Sasso. Parlare italiano era un vantaggio.

Laura racconta di aver ha fatto il colloquio durante il viaggio di nozze. Tre mesi dopo aspettava il suo primo figlio: “Non ce l’aspettavamo così in fretta”. Il momento non era dei più semplici: dottoranda, primo figlio, nessuna rete familiare a Londra. Ma il suo relatore ha fatto qualcosa che a UCL non si era mai visto prima: “Due giorni dopo che gliel’avevo detto, aveva già trovato il modo di pagarmi sei mesi di maternità. Era la prima volta che avevano una dottoranda incinta, quindi non sapevano neanche che procedura seguire”.

Da quel momento, Laura non ha mai smesso di lavorare. Ha viaggiato incinta, è andata al Gran Sasso, ha continuato. E dice che avere un figlio, paradossalmente, l’ha resa una persona più serena davanti allo stress accademico. “Mettere al mondo un figlio ti dà un’altra prospettiva sulle cose. È molto difficile che adesso mi stressi per il lavoro”.

Manenti sottolinea che senza i suoi genitori, niente di tutto questo sarebbe successo. Suo padre ha cambiato pannolini e accompagnato i nipoti a scuola. “Era il mito di tutte le mamme. I miei genitori sono entrambi di origini umili. Io sono stata la prima laureata della famiglia”.

Sua madre, libera professionista, non poteva assentarsi quanto il padre, ma ha contribuito in modo altrettanto concreto: è anche grazie al suo lavoro che Laura ha le opportunità che l’hanno portata verso la sua professione.

Il laboratorio di Laura è alla School of Physics dell’Università di Sydney ed esiste da meno di due anni. I progetti che porta avanti sono apparentemente lontanissimi tra loro: dalla materia oscura ai computer quantistici, dalla radioattività ambientale alle previsioni meteorologiche. Eppure il filo è uno solo: costruire rivelatori di particelle, strumenti che permettono di vedere ciò che i nostri occhi non possono vedere.

“Un rivelatore di particelle è un oggetto che ti fa vedere cose che con i tuoi occhi non le puoi vedere. Come un microscopio, ma per particelle. Uno che usa un microscopio usa un oggetto che è già stato costruito. La cosa bella è che noi invece costruiamo oggetti nuovi, tutti da inventare”.

Uno dei suoi progetti prevede la misura del flusso di muoni. I muoni sono particelle elementari prodotte quando i raggi cosmici provenienti dallo spazio colpiscono l’atmosfera. L’obiettivo è di migliorare i modelli meteorologici. “Misurando il flusso di muoni capisco com’è fatta l’atmosfera. Questa informazione può aiutare il modello meteorologico. Lo stiamo provando a fare per la prima volta a Sydney”.

Un altro progetto - quello per cui ha vinto un la sovvenzione governativa - riguarda i computer quantistici. I qubit superconduttivi, l’unità fondamentale di certi computer quantistici, lavorano a temperature prossime allo zero assoluto. Quando i muoni cosmici attraversano il substrato dove i qubit sono depositati, possono disturbarli. Laura studia come proteggere questi sistemi dall’interferenza della radiazione cosmica.

Per Laura “la fisica non risponde a nessun perché. La fisica descrive quello che c’è. Se prendo una mela e quella cade, ti dico che cade perché c’è la forza gravitazionale. Ma se un bambino mi chiede perché esiste la forza gravitazionale, ultimamente non lo sappiamo. Quella è una domanda quasi per Dio!”.

Ad Abu Dhabi, con tre bambini e una posizione da ricercatrice, Laura ha scritto anche un libro, The Littlest Girl Goes Inside an Atom. La protagonista è ispirata a sua figlia Caterina. Per Laura, rendere queste materie accessibili fin dall’infanzia è importante.

Laura non sa dove sarà tra dieci anni. “Nessuna delle decisioni che ho preso, neanche quella di venire qua erano programmate. Le circostanze che uno si trova nella vita sono fattore essenziale alla propria vocazione”.

Ciò che rimane stabile, però, è un’idea molto precisa di cosa significa fare scienza per bene: trasmettere ai propri studenti non solo tecnica ma curiosità e passione; scrivere libri che incuriosiscano bambini e bambine (e anche i genitori); e tenere i piedi per terra, anche quando si studiano le particelle più leggere dell’universo.