NEW YORK — The Subway Song e Christmas in New York sono i due brani con cui Davide Pannozzo, chitarrista blues originario di Formia e cresciuto a Spigno Saturnia, in provincia di Latina, si affaccia sulla selezione della 69esima edizione dei GRAMMY, portando con sé una storia che unisce la ricerca musicale all’esperienza, profondamente personale, di un italiano che da undici anni vive a New York.
Le due composizioni sono state iscritte in cinque categorie complessive: The Subway Song in Best American Roots Performance, Best American Roots Song e Best Music Video; Christmas in New York in Best American Roots Song e Best Arrangement, Instruments and Vocals.
Al di là dell’esito del percorso, questi due singoli rappresentano già un momento significativo nella carriera di un musicista che ha costruito la propria identità artistica attraversando confini geografici e culturali, senza recidere il legame con il luogo da cui è partito. Perché se il primo brano nasce dall’osservazione della vita metropolitana, tra treni, banchine e volti sconosciuti, il secondo guarda al Natale newyorkese attraverso gli occhi di chi conosce ancora il significato delle tradizioni italiane e della distanza dagli affetti.
Due prospettive diverse, ma unite da una stessa esperienza: imparare a riconoscersi in una città lontana senza smettere di appartenere alla propria terra. È il filo conduttore della conversazione che Pannozzo ha condiviso con noi de Il Globo, ripercorrendo il proprio itinerario umano e professionale, dai primi accordi nella scuola di musica del paese alle collaborazioni con protagonisti della scena internazionale, fino alla vita familiare costruita negli Stati Uniti. “Sono i due brani più ‘newyorkesi’ che abbia mai scritto, e forse per questo i più personali. Insieme raccontano la stessa cosa: un italiano che ha trovato casa a New York senza smettere di essere italiano”.
In The Subway Song, la stazione è soprattutto uno spazio umano, attraversato ogni giorno da persone che condividono per pochi istanti lo stesso vagone, lo stesso rumore, la stessa attesa, per poi scomparire ciascuna nella propria direzione. “L’ispirazione è nata in metropolitana: il treno che entra in stazione, le porte che si aprono, le facce che passano, il silenzio condiviso con persone che non rivedrai mai”, spiega.
Il brano è stato registrato con Steve Ferrone alla batteria ed Etienne Stadwijk all’organo; quest’ultimo ne ha curato anche la produzione insieme a Pannozzo. Il video, girato tra i vagoni della metropolitana, le banchine e Times Square, segue la stessa prospettiva, intrecciando luoghi riconoscibili e scene di vita urbana.
Christmas in New York affronta, invece, un momento dell’anno in cui il rapporto con i luoghi e con la memoria assume un significato particolare. Il Natale porta con sé tradizioni familiari, rituali e immagini che spesso rimangono radicati nella cultura del Paese d’origine anche dopo molti anni trascorsi all’estero. Per chi vive lontano, le nuove celebrazioni non cancellano quelle dell’infanzia, ma si sovrappongono a esse, creando un’esperienza in cui la scoperta e la nostalgia convivono. Pannozzo racconta questa prospettiva attraverso un brano arrangiato da Stadwijk e registrato con il fratello Simone alla batteria. Se la metropolitana restituisce il ritmo incessante della città, il Natale offre una diversa occasione per interrogarsi su cosa significhi sentirsi a casa, soprattutto quando la propria famiglia d’origine vive a migliaia di chilometri di distanza.
Quando gli si chiede quale sia stato il costo della scelta di trasferirsi negli Stati Uniti, la sua risposta è una sola parola: “La distanza”.
“Quando vivi a New York le feste, i compleanni, le domeniche a tavola li vivi spesso al telefono, con sei ore di fuso”, racconta. “È il prezzo che conosce bene chiunque legga Il Globo. In cambio ho avuto la possibilità di fare la musica che amo dove è nata, e una famiglia mia, con mia moglie Federica e i nostri figli William e Nicholas, che ha condiviso questa scelta fin dall’inizio”.
La storia professionale di Pannozzo comincia molto prima del trasferimento negli Stati Uniti, quando la chitarra è ancora uno strumento da scoprire e il futuro è legato alle opportunità offerte da una piccola scuola di musica comunale. “Ho preso in mano la chitarra a cinque anni e mezzo, alla scuola di musica comunale del paese: prima la classica con il mio primo maestro, Giuseppe Possemato, poi l’elettrica»” ricorda.
La formazione iniziale gli fornisce le basi tecniche, ma è attraverso l’ascolto che prende forma il rapporto con il blues, una musica che si impara studiando il linguaggio dei grandi interpreti e tornando ripetutamente sui loro dischi. Tra i riferimenti più importanti c’è Just One Night di Eric Clapton, l’album con cui, come racconta, è “letteralmente cresciuto”. Accanto all’ascolto arrivano le prime esperienze sul palco con i Blue Trust, la band del paese con cui comincia a suonare dal vivo nella provincia di Latina. È il passaggio dalla dimensione privata dello studio a quella collettiva del concerto, dove la musica deve trovare una forma concreta attraverso l’ascolto reciproco e il confronto con il pubblico.
La scelta di diventare musicista, racconta Pannozzo, non è mai stata un sogno coltivato in parallelo a un progetto alternativo. “Ho sempre saputo di voler fare il musicista. Fin da piccolo la musica è stata la mia passione più grande”. I genitori, Aldo e Rossella, lo hanno sostenuto fin dagli anni della scuola di musica, mentre il fratello Simone ha seguito a sua volta una strada artistica, diventando batterista e condividendo in seguito alcune tappe del suo percorso professionale. “Nessun piano B”, ribadisce quando gli viene chiesto se abbia mai pensato a un’altra possibilità. Una risposta che non cancella le difficoltà di una professione incerta, ma chiarisce il modo in cui ha affrontato le decisioni successive: senza considerare la musica un’opzione da abbandonare al primo ostacolo.
La svolta arriva quando Pannozzo decide di inviare la propria musica a Steve Jordan, batterista e produttore che ha collaborato con numerosi artisti internazionali e che oggi suona con i Rolling Stones. Una settimana dopo, riceve una telefonata con un invito a raggiungerlo per suonare insieme.
L’episodio segna un prima e un dopo, perché trasforma il trasferimento in un progetto concreto e gli offre la possibilità di entrare in contatto diretto con professionisti dai quali può imparare non soltanto sul piano tecnico, ma anche nel modo di concepire il lavoro musicale. Da quella collaborazione nasce Unconditional Love, il suo primo disco americano, prodotto da Jordan e Will Lee, bassista dalla lunga esperienza internazionale, con la partecipazione di Robben Ford.
Per Pannozzo, il valore di quel progetto non si limita alla realizzazione di un album: rappresenta l’ingresso in un ambiente nel quale il confronto con musicisti affermati richiede capacità di ascolto, disciplina e una precisa consapevolezza del proprio ruolo all’interno di una composizione.
“Quella con Steve Jordan, senza dubbio”, risponde quando gli viene chiesto quale collaborazione abbia avuto l’impatto maggiore sulla sua vita. “Non mi ha dato solo un disco: mi ha dato una vita nuova. Senza quella telefonata non sarei a New York”.
Se quella telefonata ha aperto una porta, attraversarla ha significato continuare a lavorare, presentarsi preparato e dimostrare di poter sostenere il confronto con una scena musicale esigente. È la stessa idea che emerge quando Pannozzo descrive la vita nei club della città: “È una città che non ti regala niente: alla prima jam session capisci subito dove sei. Ma se ti fai trovare pronto, ogni sera, ti dà tutto”.
Nel tempo ha suonato da headliner in locali come l’Iridium, The Bitter End e The Cutting Room, condividendo palchi e studi con musicisti quali Oleta Adams, Robben Ford, Randy Brecker e Steve Ferrone. Collaborazioni diverse per percorso e linguaggio, ma accomunate, nella sua esperienza, da una lezione fondamentale: il virtuosismo ha senso quando è al servizio della musica. “Le note giuste sono quelle che fanno stare bene la musica, non quelle che fanno bella figura”, spiega, sintetizzando ciò che ha imparato da Jordan e Lee. Il principio ritorna anche nel suo processo creativo, che parte quasi sempre dall’osservazione della vita di tutti i giorni e dal desiderio di raccontare emozioni nelle quali gli altri possano riconoscersi. “La regola che seguo me l’hanno insegnata Steve Jordan e Will Lee: puntare a essere autentico, non perfetto. La perfezione non esiste, tantomeno nella musica”.
Accanto all’attività concertistica, Pannozzo ha sviluppato un impegno nella formazione musicale attraverso GUITARlab, l’accademia online di chitarra blues nata in Italia che oggi raggiunge allievi anche negli Stati Uniti. Il progetto aggiunge una dimensione didattica al suo percorso e mantiene un collegamento con il pubblico italiano, dimostrando come l’esperienza maturata oltreoceano possa diventare una risorsa condivisa anche con chi si trova dall’altra parte dell’oceano. La sua carriera, infatti, non si esaurisce nelle collaborazioni internazionali o nella presenza nei club newyorkesi: comprende anche la volontà di trasmettere ciò che ha imparato, accompagnando altri musicisti nello studio di un linguaggio che richiede tecnica, sensibilità e capacità di ascolto.
Dopo undici anni a New York, Pannozzo quest’anno tornerà sui palchi italiani portando la musica sviluppata negli Stati Uniti, accompagnato da Steve Ferrone alla batteria, noto per le collaborazioni con Eric Clapton, Tom Petty e George Harrison, ed Etienne Stadwijk alle tastiere. Il calendario si apre il 18 ottobre al Bflat di Cagliari; il 19 ottobre prosegue a Lecco/Civate, con una masterclass alle 18 da GuitarSauce e il concerto alle 21.30 al Laboratorio Musicale, dove alla batteria ci sarà il fratello Simone; il 20 ottobre è prevista la tappa al Cinema Teatro Dante di Castellanza, mentre il 21 ottobre il tour si concluderà al Bravo Caffè di Bologna.
In scaletta, i brani di Room for Joy e i singoli più recenti, a partire da The Subway Song, che porterà sul palco italiano la New York osservata e vissuta da Pannozzo in questi anni. La presenza del fratello Simone nella data di Lecco/Civate aggiunge al tour un elemento familiare che si lega naturalmente al racconto delle sue origini e alla rete di affetti che ha accompagnato la sua crescita musicale.
“Tornare a suonare in Italia è un’emozione diversa da tutte le altre: è casa”, conclude Pannozzo.
Informazioni e biglietti sono disponibili sul sito ufficiale.