WASHINGTON - Il primo anno del secondo mandato di Donald Trump si chiude esattamente come era iniziato: con il dossier ucraino al centro della scena e un rapporto sempre più transazionale con gli alleati europei.

Se a Mar-a-Lago il tycoon ha lodato l’impegno di Volodymyr Zelensky, il messaggio per l’Europa è stato un gelido richiamo alla realtà: “Noi siamo separati dall’Atlantico, voi siete lì“. Tradotto: la fattura della ricostruzione e della sicurezza di Kiev spetta al Vecchio Continente. 

La Casa Bianca del 2025 non è quella del 2016. La presidenza è apparsa meno caotica e decisamente più sistematica, sostituendo la persuasione con la punizione. Ogni atto è stato uno strappo con la tradizione e lo Stato di diritto, ma un’eccezione ormai “normalizzata” da una base elettorale e un Congresso che non si scandalizzano più di nulla, convinti che Trump agisca “alla luce del sole”. 

L’economia nata sotto il segno del Liberation Day si presenta oggi come un mosaico di contrasti stridenti, dove i successi finanziari faticano a nascondere le ruggini del sistema reale. Da un lato, Wall Street ha vissuto una corsa frenetica: l’indice S&P 500 ha raggiunto vette storiche nel mese di ottobre, dimostrando una sorprendente capacità di assorbire lo shock della guerra commerciale scatenata in primavera. 

Tuttavia, dietro i record dei mercati, l’economia quotidiana ha mostrato i primi segni di cedimento. Nonostante l’arrivo di nuovi investimenti industriali, l’occupazione ha subito una brusca frenata in estate, portando la disoccupazione a toccare il 4,6% a novembre, il livello più alto degli ultimi quattro anni. 

Questa distanza tra la ricchezza finanziaria e le difficoltà delle famiglie ha generato un profondo paradosso nei sondaggi: mentre il presidente rivendica successi diplomatici e il pugno di ferro sull’immigrazione, il gradimento popolare sulla sua gestione economica è sprofondato a un amaro -25%. Solo uno statunitense su cinque, infatti, è convinto che la strategia della Casa Bianca sia quella giusta per domare l’inflazione che continua a pesare sulle tasche del Paese. 

Mentre il tycoon governa a colpi di decreti (oltre 220 ordini esecutivi), l’attenzione internazionale si sposta sul Venezuela. Il sequestro delle petroliere al largo delle coste sudamericane segna l’inizio di un “conflitto ibrido” per deporre Nicolás Maduro.

Parallelamente, l’ombra del caso Epstein continua a lambire la Casa Bianca. Sebbene non ci siano incriminazioni dirette, la frequenza con cui il nome del presidente appare nei file pubblicati alimenta la frustrazione di Trump e offre ai Democratici un’arma politica in vista delle elezioni di Midterm del 2026. 

Il 2026 si preannuncia come l’anno dello scontro istituzionale definitivo. La Corte Suprema dovrà decidere sulla legittimità dei dazi imposti senza il via libera del Congresso, una sentenza che Trump ha già definito esistenziale: “Senza dazi, l’America è finita”. 

Tuttavia, la vera sfida alla Costituzione sta nascendo nell’ombra dei grandi finanziatori: l’ipotesi di un terzo mandato. Quello che fino a ieri era un tabù sta diventando un mantra politico. Non sarebbe solo l’ennesimo strappo alla tradizione, ma una rottura definitiva con l’assetto democratico degli Stati Uniti.