SYDNEY – L’Australia, destinata a superare la soglia simbolo dei mille miliardi, rischia di perdere lo status di Paese a basso debito e di arrivare impreparata alla prossima crisi economica se non verrà corretta l’attuale traiettoria della spesa pubblica.

È l’avvertimento contenuto in un nuovo rapporto dell’Institute e61, secondo cui il debito pubblico complessivo — sommando livelli federale, statale e territoriale — raggiungerà entro il 2028 una quota del Pil mai vista dal periodo della Seconda guerra mondiale.

Pur restando nella metà inferiore delle economie avanzate per livello di indebitamento, il Paese ha accumulato quasi due decenni di deficit. Secondo l’amministratore delegato dell’istituto, Michael Brennan, questa tendenza sta erodendo progressivamente la salute fiscale. In assenza di riforme fiscali, sostiene, sarà inevitabile un contenimento della spesa per evitare di trasferire il peso del riequilibrio sulle generazioni future.

Il tema è tornato centrale dopo l’ultimo aumento dei tassi d’interesse da parte della Reserve Bank of Australia (RBA) , che ha indicato una ripresa della spesa delle famiglie e degli investimenti superiore alla capacità produttiva dell’economia. L’opposizione accusa il governo di aggravare il problema con la propria spesa, una linea sostenuta anche dall’ex governatore della RBA Philip Lowe, che ha collegato gli aiuti alle famiglie al rischio di tassi più alti in assenza di un salto di produttività.

Il ministro del Tesoro Jim Chalmers ha respinto l’analisi, mettendo in dubbio le motivazioni di Lowe e sottolineando che nell’ultimo anno la domanda pubblica è cresciuta meno di quella privata. Ha riconosciuto che resta “molto lavoro da fare” sulla produttività, rivendicando un’agenda ampia di riforme in corso.

Il rapporto e61 rileva che la spesa pubblica totale è salita dal 34,7 per cento del Pil nei primi anni Duemila al 38,2 per cento nel 2024. Le cause individuate sono l’invecchiamento della popolazione e un progressivo allentamento della disciplina fiscale, favorito da entrate elevate legate al ciclo delle materie prime.

La voce più rilevante è la spesa sociale, che rappresenta circa un quarto del totale e comprende welfare, sussidi per l’infanzia e NDIS. Seguono sanità ed educazione. La spesa sanitaria pro capite è raddoppiata dal 1999, in linea con una popolazione più anziana, ma senza un miglioramento proporzionale degli anni di vita in buona salute. L’istruzione è rimasta stabile, nonostante un calo delle prestazioni nei test PISA dell’OCSE.

Secondo Brennan, la crescita della spesa sociale riflette lo spostamento da pagamenti mirati a prestazioni in natura meno selettive, spesso approvate senza un chiaro rapporto costi-benefici. Il rischio, avverte, è una pressione crescente sull’imposta sul reddito, “colonna portante” del sistema fiscale.

Il governo ha indicato l’equità intergenerazionale come priorità del prossimo bilancio, chiedendo ai dipartimenti di individuare risparmi e fissando un obiettivo di crescita dello schema NDIS al 6 per cento annuo. L’opposizione ha proposto un gruppo di lavoro bipartisan sui tagli, proposta liquidata da Chalmers come una mossa politica.