PAVIA - Uno dei sette indizi di colpevolezza indicati dalla Cassazione sui quali la difesa di Alberto Stasi chiede alla Procura pavese di indagare di nuovo è il dispenser del bagno di casa Poggi già al centro di accese dispute tra le parti in ogni grado dei processi. In particolare, si sollecitano accertamenti sulle impronte. Nella memoria depositata nell’agosto del 2025 e contenuta nelle migliaia di pagine legate alla chiusura delle indagini su Andrea Sempio, gli avvocati Bocellari e De Rensis domandano “specifici accertamenti” sul portasapone.

“Come anticipato, fino al 2017, la difesa di Stasi era convinta che sul dispenser del sapone liquido, repertato nel bagno al piano terreno di casa Poggi, vi fossero solo due impronte digitali, entrambe attribuite dal RIS ad Alberto Stasi - si legge nella memoria -. Questo perché nella Relazione finale bio-dattilo venivano riportate solo due impronte digitali di Stasi sul dispenser e null’altro (nemmeno indicato come ‘non utile’)”. E qui, a giudizio dei legali, si sarebbe registrata un’altra “dimenticanza” da parte di chi condusse le indagini nella fase iniziale. “È vero che veniva genericamente precisato che ‘le restanti impressioni papillari, presenti sui reperti in esame, sono frammentarie e scarsamente definite e, pertanto, non sono utili ad alcuna comparazione’, ma le stesse non venivano riportate/elencate e non si avevano a disposizione le fotografie scattate sul reperto in esame e, dunque, non ci si era mai accorti che la situazione fosse ben differente da quella paventata dall’ accusa”. Questo avrebbe comportato che per anni “si è consentito che passasse il concetto per cui su quel dispenser vi fossero solo due impronte digitali di Stasi”.

Questo elemento, considerano Bocellari e De Rensis, non rappresentava comunque un problema per la difesa, perché “era stata accertata incontrovertibilmente dalle perizie (di primo grado) la totale assenza di sangue sia nel sifone, sia nel lavandino, sia anche sul rubinetto o sul dispenser stesso, dove anzi si era accertata la presenza di DNA commisti degli altri famigliari della vittima”. È diventato poi “un grave indizio di colpevolezza a carico di Stasi” perché nel verdetto definitivo di condanna si ipotizza che “Stasi assassino, sostando sul tappetino del bagno, si sarebbe lavato del sangue di Chiara nel lavandino, avrebbe proceduto a ripulire accuratamente il lavabo oltre che il sifone, il rubinetto, e avrebbe anche ripulito il dispenser del sapone, lasciando, nell’atto di riposizionarlo pulito, le sue due impronte digitali”. Nel 2017, la difesa ricorda nella memoria di avere chiesto al RIS “di fornire le fotografie a colori del dispenser e dei rilievi dattiloscopici effettuati sullo stesso”.

Un’attività che venne svolta da Oscar Ghizzoni, consulente della difesa Stasi, il quale nella relazione parlo’ della "presenza di molteplici contatti papillari, almeno nove di varia tipologia. Di questi solo due sono stati attribuiti ad AIberto Stasi. Sono presenti diverse macchie verosimilmente derivanti da colature e residui di sapone risultanti dall’utilizzo dello stesso oggetto nel tempo. Dei nove contatti presenti nella sola porzione fotografata nel 2007 dell’’applicatore del sapone, almeno tre contatti risultavano utili per un confronto ma, all’epoca, ne sono stati utilizzati solamente due e la presenza di molteplici e vari contatti e di colature di sapone portano a escludere un lavaggio dell’oggetto nel corso del suo ultimo utilizzo". Questo studio è importante, perché, credono i legali di Stasi, "non solo esclude categoricamente che quel dispenser del sapone sia mai stato lavato da Stasi (e, dunque, fa venir meno un grave indizio a suo carico), ma anche perché evidenzia la presenza di altre impronte digitali che oggi potrebbero essere analizzate e attribuite". La relazione di Ghizzoni venne utilizzata per avanzare un’istanza di revisione, poi dichiarata inammissibile nel 2020.

Intanto, Luciano Garofano, all’epoca in cui era comandante dei Ris di Parma, chiese di partecipare come “osservatore” a due delicati sopralluoghi nella villetta di Garlasco dove, poco meno di un mese prima, era stata uccisa Chiara. Ma non fu autorizzato dalla pm di Vigevano, Rosa Muscio, allora titolare dell’indagine con il procuratore Alfonso Lauro. Il particolare emerge dagli atti raccolti dai pm pavesi nella tranche dell’inchiesta sull’operato del Ris che è parallela a quella appena chiusa nei confronti di Andrea Sempio, accusato di essere lui, e non Alberto Stasi il responsabile del delitto.

Verbali, annotazioni e documenti da cui emergono una serie di circostanze che dovranno essere chiarite. Come quella emersa lo scorso 10 settembre quando i magistrati di Pavia hanno sentito il capitano del Ris Alberto Marino, chiedendogli come mai sia stato utilizzato il cucchiaino ritrovato nella villetta per ricavare il Dna di Chiara e non sia invece stato usato quello prelevato dal cadavere. In sostanza, Marino aveva già il dna di Chiara. L’ufficiale ha risposto che “forse non ce l’hanno mandato”, “non c’era un campione di confronto” della vittima. Ma in un verbale del 4 settembre 2007, rivela il Tg1, firmato proprio da Marino, si parla di prelievo del sangue della vittima quale campione. Una contraddizione che solleva nuovi interrogativi ora al vaglio degli inquirenti.

Passando in rassegna i documenti depositati, ci sono dunque due mail con cui il generale Garofano chiese di partecipare alle operazioni tecniche sulla scena del crimine: una del 3 settembre 2007 in vista del sopralluogo di due giorni dopo e che a dire del comandante non avrebbe avuto il veto delle difese; l’altra, dell’ 8 settembre per i rilievi del 12 a cui avrebbe voluto presenziare in qualità di “comandante del reparto” e “ufficiale di pg”. A quest’ultima il 9 settembre, la risposta della pm Muscio è stato un irremovibile “no”. Non solo perché l’attività rientrava negli “accertamenti tecnici irripetibili” da lei disposti a cui potevano partecipare solo “i difensori delle parti e i loro consulenti”, ma anche perché la difesa dell’indagato, allora rappresentata dagli avvocati Giovanni ed Eleonora Lucido, padre e figlia, era contraria. Secondo i due ex legali dell’indagato non potevano prendere parte al sopralluogo persone diverse rispetto chi era stato nominato dal pubblico ministero come consulente o chi era legittimato dal codice, “riservandosi di far valere l’invalidità delle operazioni, in caso contrario”. In sostanza, pur essendo capo del Ris, non era lui che in quel caso aveva ricevuto l’incarico di consulenza tecnica.

E dalle carte depositate a Pavia viene anche a galla sempre più chiaramente la linea degli attuali difensori di Stasi: puntare a smontare l’indagine che ha portato un giudizio di colpevolezza definitivo in vista di una ulteriore istanza di revisione che, però, è in genere possibile con nuove e incontrovertibili prove a discarico del condannato. Tra le richieste di materiale, anche le foto che attestano gli esiti del luminol test effettuato su alcune componenti della auto che l’ex fidanzato di Chiara aveva in uso nel 2007. Si suppone, quindi, che stiano passando ai raggi x una serie di temi, indicati come indizi di colpevolezza dai giudici, consentendo di ipotizzare che possano rientrare nella serie elementi “che faranno scalpore”, come hanno affermato in tv.

Tutto ciò mentre c’è attesa per le contromosse di Sempio: i suoi difensori con il pool di esperti che li affiancano lunedì si incontreranno per decidere quante e quali memorie di replica depositare ai pm di Pavia entro il 18 ottobre. “La paura di essere vittima di un errore c’è assolutamente ha detto lui a Porta a porta, definendo “follia” quanto successo negli ultimi due anni.