NAYPYITAW – Era pieno giorno, poco prima dell’una di pomeriggio, quando la terra ha cominciato a tremare. Il boato, la polvere, le urla sono stati seguiti, pochi minuti dopo, da un secondo potente terremoto.
Le scosse di magnitudo 7.7 e 6.4 hanno colpito il centro di Myanmar, a soli dieci chilometri di profondità. Il sisma principale è giunto anche in Cina, nella remota provincia dello Yunnan, e in Thailandia, dove a Bangkok è crollato un grattacielo di 30 piani in costruzione, con decine di operai dispersi e almeno dieci morti accertati.
Il bilancio delle vittime, mentre andiamo in stampa, è cresciuto in modo esponenziale: sono oltre 1600 le vite spezzate dal violento terremoto che ha messo in ginocchio Myanmar, sbriciolando letteralmente case, scuole, ponti e siti religiosi.
I soccorritori continuano a cercare sopravvissuti tra le macerie, mentre si è già mobilitata la macchina degli aiuti internazionali.
Si tratta di una sfida enorme per il Paese del sud-est asiatico, uno dei più poveri del mondo, costretto anche all’isolamento dalla giunta militare che, incurante dell’emergenza, continua a lanciare attacchi aerei contro i gruppi ribelli.
Tra i simboli della tragedia, il ritrovamento dei corpi di dodici bambini in età prescolare e di un insegnante, tra i resti di scuola materna, e il crollo di un’antichissima pagoda a Mandalay.
Edifici ditrutti nel centro di Myanmar. (Foto: AAP)
Migliaia di persone hanno trascorso le ultime notti in strada, chiuso anche l’aeroporto di Mandalay e quello della capitale Naypyitaw dove è caduta la torre di controllo.
Oltre alle vittime, si contano almeno 3mila edifici crollati, ma difficile prevedere il bilancio finale. Un’analisi del Servizio geologico degli Stati Uniti non esclude il peggiore degli scenari: la probabilità che il numero dei morti sia compreso tra 10mila e 100mila, mentre il costo finanziario per il Paese potrebbe raggiungere decine di miliardi di dollari.
A peggiorare la situazione c’è anche la fatiscenza delle infrastrutture sanitarie e “una grave carenza di forniture mediche”, secondo quanto dichiarato dall’Onu.