ROMA - Il conflitto tra Afghanistan e Pakistan non è più una semplice crisi di frontiera. Sebbene se ne parli meno rispetto ad altri scenari globali, questa “guerra silenziosa” è diventata il terreno di scontro di enormi interessi geopolitici, dove la storica rivalità tra India e Cina si riflette nelle mosse di Kabul e Islamabad.
La rottura tra il Pakistan e i talebani afghani segna un ribaltamento storico, poiché per decenni Islamabad ha sostenuto il movimento per ottenere una profondità strategica in chiave anti-indiana, mentre oggi accusa Kabul di proteggere i militanti del TTP. Dopo gli scontri di ottobre, la tensione è precipitata a fine febbraio con i raid pachistani oltre frontiera, raggiungendo il punto di rottura il 16 marzo con l’attacco al sito di Camp Phoenix a Kabul. L’episodio ha rappresentato il momento più drammatico dell’escalation, venendo descritto dalle autorità afghane come un centro civile e dal Pakistan come un deposito di munizioni e infrastruttura militare.
L’India ha colto l’occasione per rientrare nel dossier afghano senza però riconoscere formalmente il regime, operando una riapertura diplomatica che ha portato, nell’ottobre 2025, al ripristino della propria ambasciata a Kabul. Nuova Delhi sfrutta così un capitale politico e di soft power accumulato in vent’anni, grazie a oltre 500 progetti di sviluppo realizzati in tutte le 34 province afghane.
L’obiettivo strategico è evitare che l’area diventi un monopolio sino-pachistano e trasformare la crisi tra Kabul e Islamabad in un fattore di pressione supplementare sui confini occidentali del Pakistan.
Per i talebani, l’apertura all’India rappresenta una necessità vitale per ridurre la dipendenza dal Pakistan, un tempo sbocco commerciale obbligato e oggi percepito come un partner ostile. Lo sviluppo di rotte alternative ha già portato il commercio afghano via Iran a raggiungere 1,6 miliardi di dollari, superando quello con il Pakistan fermo a 1,1 miliardi.
In questo contesto, il porto di Chabahar, gestito dall’India in territorio iraniano, è diventato lo strumento geopolitico chiave per offrire a Kabul una via d’uscita logistica e sottrarsi alla centralità di Karachi e Islamabad.
Se l’India avanza, la Cina si trova in una posizione difensiva. Il Pakistan è l’alleato “per tutte le stagioni” di Pechino, che ha investito oltre 65 miliardi di dollari nel Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC).
Un Pakistan destabilizzato mette a rischio il pilastro della proiezione economica cinese verso l’Oceano Indiano, rappresentando una minaccia diretta agli ingenti investimenti di Pechino nella regione. Per questo motivo, più che schierarsi, la Cina si muove come mediatore chiedendo a entrambe le parti un cessate il fuoco immediato, con l’obiettivo prioritario di garantire la sicurezza del personale e dei numerosi progetti cinesi attualmente attivi sul terreno.
L’Afghanistan non è solo un retroterra per il Pakistan, ma un potenziale bacino di risorse (litio, rame, ferro) pronto per gli investimenti cinesi. I talebani hanno già espresso il desiderio di aderire formalmente alla Belt and Road Initiative, ponendo un limite al vantaggio politico indiano: se Nuova Delhi ha l’influenza simbolica, Pechino detiene le leve economiche più pesanti.