BUENOS AIRES - I lavoratori del sistema giudiziario occupano da lunedì 24 febbraio la sede della Giustizia nazionale del lavoro (in Avenida Roque Sáenz Peña 760) e hanno indetto uno sciopero totale delle attività che mantiene paralizzati i tribunali del lavoro nella Città di Buenos Aires.
La misura è iniziata lunedì mattina, quando centinaia di dipendenti sono entrati nell’edificio dopo un’assemblea e hanno deciso di occuparlo, in rifiuto dell’articolo 91 della riforma del lavoro, che modifica il contenzioso del settore. La protesta paralizzerà i procedimenti per licenziamenti, indennità e conflitti sindacali, in un foro che riceve circa 60.000 nuove cause all’anno.
L’asse del conflitto è il progetto che il Senato, dopo gli emendamenti alla Camera, deve riesaminare questa settimana. La riforma include, per quanto riguarda la giustizia del lavoro, il trasferimento di competenze dalla Nazione alla Città di Buenos Aires e stabilisce un termine di 180 giorni per la sua attuazione.
Il meccanismo prevede che le nuove cause di lavoro vengano trattate davanti ai tribunali della Città, mentre i tribunali nazionali resterebbero unicamente con i fascicoli pendenti fino all’esaurimento. In pratica, ciò comporterà la chiusura progressiva del Foro del lavoro nazionale così come funziona attualmente.
Attualmente il foro che interviene nei conflitti tra lavoratori e imprese è la Giustizia Nazionale del Lavoro. Il Governo sostiene che il cambiamento risponde all’autonomia riconosciuta alla Città autonoma di Buenos Aires dalla riforma costituzionale del 1994. L’articolo 129 le ha attribuito competenze proprie di giurisdizione, analoghe a quelle di una Provincia, e dall’area di governo ritengono che la permanenza di tribunali nazionali nel territorio della Città sia un’anomalia da risolvere.
Secondo le dichiarazioni ufficiali, il trasferimento mira a “riordinare il sistema giudiziario” e ad allineare la situazione della Città a quella del resto del Paese. Parallelamente, il governo mette in discussione l’eccessivo numero di cause e parla della cosiddetta “industria del processo”, espressione utilizzata per riferirsi al volume di contenzioso e all’impatto economico delle sentenze sulle imprese.
Dal lato dei lavoratori giudiziari, la valutazione è diversa. L’Unione degli impiegati della giustizia della Nazione stima che più di 1.600 dipendenti potrebbero rischiare il posto, se il trasferimento dovesse procedere, e chiede garanzie di continuità lavorativa.
La Federazione giudiziaria argentina (Fja)ha espresso il proprio sostegno alla protesta e ha dichiarato in un comunicato che il conflitto incide “sulla stabilità delle e dei lavoratori, sul funzionamento del Potere Giudiziario e sulla tutela effettiva dei diritti del lavoro”. Ha inoltre affermato che “qualsiasi soluzione deve essere costruita attraverso il dialogo democratico” e ha avvertito: “Respingiamo in modo categorico qualsiasi tentativo di risolvere la situazione mediante azioni repressive o intimidatorie”.

Il comunicato della Fja.
Il dibattito ha anche anticipato un possibile risvolto giudiziario della protesta. Il giudice del lavoro Javier Nagata ha dichiarato a Radio Perfil che l’iniziativa “finirà in tribunale”, ritenendo che non si tratti di un semplice cambiamento amministrativo, ma della modifica strutturale di un intero foro.