BUENOS AIRES - Erano passate da poco le 4:30, quando il gendarme Nahuel Gallo è sceso da un Learjet 60 della compagnia Baires Fly, ponendo fine a 448 giorni di prigionia nel carcere venezuelano di El Rodeo 1.

A riportarlo a casa, però, non è stato un volo dell’Aeronautica Militare né una delegazione della Cancelleria guidata da Pablo Quirno: lo riportavano uomini di fiducia di Claudio “Chiqui” Tapia, il discusso presidente del’Afa, l’associazione calcistica argentina.

Il ritorno di Gallo si è così trasformato nel trofeo di una guerra che va oltre l’aspetto umanitario della vicenda del giovane gendarme e si inserisce pienamente nella feroce lotta tra il governo nazionale e la dirigenza del calcio argentino.

Mentre Javier Milei concludeva il suo discorso di apertura delle sessioni al Congresso, l’operazione dell’Afa era già nella sua fase finale, mettendo in luce una paralisi diplomatica che il governo ha cercato di dissimulare per tutta la giornata.

La liberazione di Gallo (mentre altri prigionieri eccellenti, tra cui l’italiano Alberto Trentini, erano tornati a casa da settimane) non è stata il risultato di un negoziato tra Stati, dato che le relazioni tra Buenos Aires e Caracas sono praticamente interrotte.

In questo vuoto, il regime ora guidato da Delcy Rodríguez ha trovato nell’Afa l’interlocutore ideale per una “mossa” geopolitica: consegnare l’ostaggio a un ente civile in conflitto con Milei, piuttosto che concedere una vittoria politica al leader libertario.

Secondo fonti di calle Viamonte, l’accordo è stato siglato tra Tapia e il suo omologo venezuelano, Jorge Giménez Ochoa, sulla premessa che Caracas non voleva foto di Gallo con la senatrice Patricia Bullrich, ex ministra della Sicurezza che aveva inutilmente lavorato alla sua liberazione.

La reazione di Milei non si è fatta attendere ed è arrivata con una dose di freddezza chirurgica in un’intervista televisiva concessa a LN+. Il presidente i si è sforzato di ridimensionare la mossa dell’Afa, qualificando il ruolo dell’ente sportivo come una questione di “venticinquesimo ordine”.

Per lui, l’unica cosa rilevante era il ritorno del gendarme, indipendentemente da chi avesse messo a disposizione il mezzo. Ma non si è fermato lì.

Ha colto l’occasione per approfondire il suo attacco contro Tapia, paragonandolo al pugile George Foreman e assicurando che il dirigente “si mette KO da solo” e “si sporca da solo” con ogni atto, in chiaro riferimento alle cause giudiziarie per corruzione che l’Esecutivo sta promuovendo mentre cerca di aprire la porta alla trasformazione dei club in Società Anonime Sportive (Sad).

“Tapia è KO, quello che succede è che ancora non se n’è reso conto. È come Foreman contro Ali: ha tirato così tanti colpi che è rimasto senza fiato ed è caduto da solo”, ha sostenuto.

Sulla pista di Ezeiza, Patricia Bullrich e Alejandra Monteoliva, che ha preso il suo posto come ministra, hanno tentato di riprendere il controllo del racconto ufficiale, anche se la senatrice ha ammesso con una frase rivelatrice che “non erano al corrente” dei dettagli della gestione di Tapia. Ha persino suggerito che il gendarme avrebbe provato “diffidenza” salendo su un aereo con persone che non conosceva, nel tentativo di delegittimare l’operazione di rimpatrio.

Da parte sua, il capo di Gabinetto Manuel Adorni ha rilanciato e ha suggerito che l’Afa dovrà spiegare la sua “relazione con il regime chavista”, segnando l’inizio di una nuova fase di ostilità.

Il cancelliere Pablo Quirno ha fissato la posizione del Palazzo San Martín attraverso una serie di post su X, che hanno funzionato come il bollettino ufficiale di vittoria. In un thread carico di terminologia giuridica, Quirno ha confermato la liberazione, qualificandola come un successo della “pressione internazionale” e ringraziando esplicitamente il sostegno di Italia, Stati Uniti e della Ong Foro Penal (formata da 160 avvocati venezuelani).

Tuttavia, il dato politico è stata l’omissione assoluta di ogni riferimento all’AFa: il ministro Quirno ha ringraziato persino coloro che hanno collaborato “nell’anonimato”, ma ha evitato di menzionare l’ente che ha messo a disposizione l’aereo.

La chiusura è arrivata con un tono più sentimentale ma ugualmente escludente. “Bentornato a casa, Nahuel. Oggi torna a calcare il suolo argentino insieme a chi non ha mai smesso di lottare per la sua libertà”, ha twittato il Cancelliere, sigillando un racconto in cui gli uomini di Tapia semplicemente non esistevano.

La controffensiva dell’Afa non si è limitata alla logistica aerea, ma è salita al piano penale. Attraverso un duro comunicato stampa internazionale, Gregorio Dalbón, agendo come avvocato dell’ente, ha denunciato che il giudice Diego Amarante avrebbe tentato di boicottare il salvataggio, proibendo a Claudio Tapia di lasciare il Paese. Secondo Dalbón, il regime di Delcy Rodríguez avrebbe condizionato la liberazione di Gallo all’intervento personale del presidente dell’Afa.

“Il giudice Amarante ha bloccato l’unico canale che il Venezuela accettava per liberare Nahuel Gallo. Questo non è giurisdizione, è decisione politica”, ha dichiarato il legale, che ha inoltre anticipato che presenterà denunce per corruzione e regali indebiti contro il magistrato.

Per Dalbón, la giustizia ha agito in sintonia con l’Esecutivo per evitare che Tapia si appendesse la medaglia del salvataggio: “La vita di un argentino vale più di qualsiasi risoluzione senza fondamento”, ha sentenziato, trasformando la pista di Ezeiza nell’anticamera di una battaglia nei tribunali di Comodoro Py.

Mentre il clima alla Casa Rosada oscillava tra indifferenza e attacco, Claudio “Chiqui” Tapia ha messo in atto una comunicazione in due tempi che ha messo a nudo la solitudine diplomatica del Governo in territorio venezuelano.

Nel suo primo post, il presidente dell’Afa ha rivelato i retroscena il salvataggio: “Grazie a un lavoro silenzioso e congiunto con la Federazione Venezuelana di Calcio e la Copa Liberatodores, oggi, dopo 448 giorni, Nahuel Gallo torna in Argentina e può riabbracciare la sua famiglia”, ha scritto Tapia, evidenziando che la sua alleanza con i suoi pari della regione è stata più efficace di qualsiasi gestione della Cancelleria.

Pochi minuti dopo, il dirigente ha completato la sua vittoria narrativa con una frase che ha risuonato come una critica diretta all’intransigenza ufficiale: “Il calcio ci unisce, trascende le frontiere e dimostra che è sempre possibile costruire ponti per l’intesa e la cooperazione”, ha affermato.

Con questi due messaggi, Tapia non solo si è attribuito il successo logistico, ma si è posizionato come l’unico interlocutore capace di costruire ponti là dove la politica di Milei e Quirno ha lasciato solo muri.

Il messaggio, rapidamente diventato virale con l’hashtag #LaAFAEsDeLosArgentinos, è stato interpretato come un diretto al mento (tanto per continuare con la metafora del pugilato) della narrazione ufficiale, riaffermando che, nella battaglia per i simboli, il calcio continua a giocare in casa.

Per il “Chiqui” Tapia, l’operazione è stata una mossa magistrale di sopravvivenza politica. In mezzo a un’offensiva giudiziaria senza precedenti contro la sua gestione, ha dimostrato di avere una rete di contatti internazionali che la diplomazia ufficiale, rigidamente allineata con Washington e Italia, non è riuscita ad attivare con la stessa efficacia in territorio venezuelano.

Nahuel Gallo è di nuovo in Argentina.