CANBERRA - La domanda di manzo rimane elevata a livello globale, nonostante l’introduzione di barriere commerciali e l’incertezza geopolitica.

Il governo federale è impegnato in un dialogo con la Cina dopo la decisione, arrivata a sorpresa a inizio anno, di imporre nuovi dazi sulle importazioni di carni.

Dal primo gennaio, Pechino ha applicato tariffe del 55 per cento sulle importazioni di carne bovina oltre determinate quote, colpendo anche l’Australia. La misura, pensata per tutelare i produttori locali cinesi, assegna all’Australia una quota di 205mila tonnellate sul totale di 2,7 milioni previste per il 2026.

Secondo i dati dell’Australian Bureau of Agricultural and Resource Economics and Sciences, nel 2024/25 l’Australia ha esportato in Cina circa 270mila tonnellate di manzo, per un valore di 2,8 miliardi di dollari. Numeri che superano la quota fissata e che rendono potenzialmente rilevante l’impatto delle nuove tariffe.

Tuttavia, l’effetto delle restrizioni cinesi potrebbe essere attenuato dalla flessibilità del mercato globale e dalla domanda sostenuta per il prodotto australiano. Il direttore esecutivo dell’agenzia, Jared Greenville, ha spiegato in una audizione al Senato che la capacità di spostare le esportazioni tra mercati diversi resta un fattore chiave. “Osserviamo costantemente lo scenario geopolitico e la vulnerabilità del nostro ambiente commerciale - ha detto -. La mobilità tra mercati è centrale”.

L’Australia è stata informata dei dazi il 30 dicembre, appena un giorno prima della loro entrata in vigore. Il governo e i media ne sono venuti a conoscenza quasi contemporaneamente. Da allora, il ministro dell’Agricoltura Julie Collins e quello del Commercio Don Farrell hanno avviato contatti con le autorità cinesi, con l’ultima comunicazione inviata all’inizio della settimana.

Nel frattempo, gli Stati Uniti restano il principale mercato per la carne rossa australiana. I dazi del 10 per cento imposti in passato dall’amministrazione Trump sono stati rimossi alla fine del 2025, e le esportazioni verso gli USA valgono circa 5,2 miliardi di dollari l’anno. Anche la domanda di carne ovina si mantiene elevata, favorita da un bestiame statunitense ai minimi storici.

Sul fronte interno, i prezzi del bestiame hanno mostrato un leggero indebolimento, complice la vendita di capi nelle aree colpite da alluvioni e incendi. Nonostante ciò, i volumi di esportazione di manzo hanno raggiunto livelli record, attestandosi a gennaio del 20 per cento sopra la media quinquennale.

Secondo Bendigo Bank, la maggior parte della domanda continua a provenire da Stati Uniti e Cina, ma le nuove quote cinesi potrebbero iniziare a pesare nel 2026. Per ora, però, la carne australiana continua a trovare spazio e compratori sui mercati internazionali.