PECHINO - La Cina chiude il 2025 con una dimostrazione di forza senza precedenti. Nel suo messaggio di Capodanno 2026, il presidente Xi Jinping ha inviato un monito inequivocabile al mondo e alle autorità di Taipei: la “riunificazione” con l’isola è un processo storico che nessuno potrà fermare.
Le parole del leader cinese arrivano pochi istanti dopo l’annuncio della conclusione della “Missione Giustizia 2025”, l’ultima massiccia serie di esercitazioni militari con armi da fuoco che hanno simulato un blocco totale dei porti taiwanesi.
La Guardia Costiera di Taipei ha confermato che la pressione navale cinese sta iniziando ad allentarsi. Secondo Hsieh Ching-chin, vicedirettore generale della Guardia Costiera dell’isola, le navi da guerra e le unità della Guardia Costiera cinese si stanno progressivamente ritirando, anche se alcune imbarcazioni restano ancora posizionate al di fuori della linea delle 24 miglia nautiche.
Nonostante il ritiro, il Comando del Teatro Orientale dell’Esercito Popolare di Liberazione (Epl) ha chiarito che lo stato di allerta resta massimo: le truppe continueranno ad addestrarsi per “sventare risolutamente ogni tentativo separatista”.
Quello che si è consumato nelle acque intorno a Taiwan, infatti, non è stato un semplice addestramento di routine, ma la messa in scena di un disegno strategico molto più profondo. Pechino ha trasformato lo Stretto in un teatro di simulazione, testando con precisione chirurgica la capacità di isolare i porti vitali dell’isola e di tagliare i ponti con il mondo esterno, soffocando sul nascere il flusso di rifornimenti ed energia necessario alla sopravvivenza di Taipei.
Il fragore delle navi ha portato con sé un messaggio politico gelido. Attraverso la voce della portavoce Zhang Han, il governo cinese ha descritto le manovre come un “severo monito”, lanciato contro quella che definisce una pericolosa connivenza tra le autorità taiwanesi e le “forze esterne” di Washington e Tokyo.
In questo clima di pressione crescente, la parola finale è spettata a Xi Jinping. Il leader del Cremlino non ha lasciato spazio a interpretazioni: la riunificazione con la “madrepatria” non è più solo un auspicio, ma una “tendenza inarrestabile dei tempi moderni”.
La prova di forza di Pechino ha innescato una reazione immediata a Tokyo. Il portavoce del Ministero degli Esteri giapponese, Toshihiro Kitamura, ha espresso profonda preoccupazione, sottolineando come queste azioni “aumentino pericolosamente le tensioni nello Stretto” e minaccino la stabilità dell’intera regione indo-pacifica.
Mentre le navi cinesi rientrano nelle basi, il governo di Taiwan continua a denunciare l’ingerenza di Pechino come una minaccia alla pace globale. Per Taipei, la libertà dell’isola non è negoziabile, nonostante il “blocco simulato” abbia dimostrato quanto la Cina sia pronta a passare dalle minacce verbali alle azioni militari concrete.