COMO - A cinquant’anni dal sequestro e dall’omicidio di Cristina Mazzotti, uno dei cold case più dolorosi della storia criminale italiana ha trovato finalmente un punto fermo. La Corte d’assise comasca ha condannato all’ergastolo Giuseppe Calabrò, 76 anni, e Demetrio Latella, 71, riconoscendoli colpevoli dell’omicidio volontario aggravato della giovane, rapita nel luglio del 1975 e morta durante la prigionia. È stato invece assolto Antonio Talia per non aver commesso il fatto. Per il reato di sequestro di persona, ormai prescritto, la Corte ha dichiarato il “non doversi procedere”. I giudici hanno inoltre disposto il risarcimento dei familiari della vittima in sede civile e l’affissione della sentenza nei Comuni legati alla vicenda. Un riconoscimento anche alla tenacia di Teresa Mazzotti, madre della vittima, scomparsa nel 2023 senza mai smettere di cercare giustizia per la figlia.

Una sentenza storica, arrivata al termine di un lunghissimo iter giudiziario, che assume un forte valore simbolico dopo decenni di silenzi, depistaggi e impunità. Cristina, appena 18enne, venne sequestrata mentre si trovava in auto con il fidanzato. Morì durante la prigionia, probabilmente a causa di una dose eccessiva di sedativi, e il suo corpo fu ritrovato il primo settembre 1975 in una discarica di Galliate, nel Novarese. Il caso scosse profondamente l’opinione pubblica e divenne il simbolo della stagione dei sequestri a scopo di estorsione riconducibili alla ’ndrangheta. 

Pochi giorni dopo la sentenza, la Squadra Mobile di Milano ha fermato Calabrò alla periferia Est della città. L’uomo stava per partire con un biglietto diretto a Reggio Calabria, la sua terra d’origine, dove secondo gli inquirenti avrebbe potuto contare su appoggi in grado di garantirgli la latitanza. I pm Paolo Storari, Pasquale Addesso e Stefano Ammendola hanno disposto il fermo prima che potesse scomparire nel nulla. 

Detto ‘u dutturicchio’, Calabrò non è una figura relegata al passato. La sua carriera criminale, secondo gli investigatori, si è protratta per decenni. Il suo nome compare anche nell’inchiesta Doppia Curva sull’infiltrazione della ’ndrangheta nelle curve di Inter e Milan. Dalle indagini emerge una figura autorevole, capace di interloquire su un piano di sovraordinazione con esponenti di primo piano della criminalità calabrese, al Nord come in Calabria, e ritenuta pronta a ricorrere alla violenza per mantenere il controllo degli affari.