COMO - La Corte d’assise comasca ha pronunciato una sentenza storica, destinata a segnare un punto fermo in una delle vicende criminali più drammatiche della storia italiana recente. A distanza di 50 anni dal sequestro e dall’omicidio di Cristina Mazzotti, la giovane di 18 anni rapita e uccisa nel 1975, i giudici hanno condannato all’ergastolo Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella, riconosciuti colpevoli dell’omicidio volontario aggravato della ragazza. È stato invece assolto Antonio Talia, per il quale la Corte ha stabilito il “non aver commesso il fatto”. 

Per quanto riguarda il reato di sequestro di persona, la Corte ha disposto il “non doversi procedere” nei confronti degli imputati, poiché il reato è risultato estinto per intervenuta prescrizione. Una decisione che, pur nel rispetto delle norme giuridiche, non ha cancellato il peso morale e simbolico della sentenza, arrivata dopo decenni di silenzi, depistaggi e impunità.

Cristina Mazzotti venne rapita mentre si trovava con il fidanzato e morì durante la prigionia, probabilmente a causa di una dose eccessiva di sedativi. Il suo corpo fu ritrovato settimane dopo in una discarica nel Novarese. Il caso scosse profondamente l’opinione pubblica italiana e divenne uno dei simboli della stagione dei sequestri di persona a scopo di estorsione, spesso riconducibili alla criminalità organizzata calabrese. 

I giudici hanno inoltre stabilito che Marina e Vittorio Mazzotti, sorella e fratello della vittima, dovranno essere risarciti dai due condannati in una separata sede civile. A ulteriore testimonianza del valore simbolico della decisione, la Corte ha disposto che la sentenza venga affissa in diversi Comuni legati alla vicenda, tra cui Como, Eupilio e Castelletto Ticino, luoghi che, a vario titolo, fanno parte della tragica storia di Cristina. 

Soddisfazione e commozione sono state espresse dall’avvocato Fabio Repici, legale dei familiari di Teresa Mazzotti. Proprio dall’impulso della madre di Cristina, scomparsa nel 2023 senza aver mai smesso di cercare giustizia per la figlia, erano ripartite le indagini che hanno condotto al processo e alle condanne. “La sentenza della Corte d’assise comasca è una pagina di grande dignità della giurisdizione - ha dichiarato Repici -. Rende omaggio alla memoria di Cristina e al dolore dei suoi congiunti. E finalmente segna il crollo dell’impunità di Latella e soprattutto di Calabrò, capo indiscusso della ’ndrangheta in Lombardia”.