BUDAPEST - Mancano solo due giorni alle elezioni ungheresi del 12 aprile 2026, un appuntamento che i sondaggi indipendenti indicano come la più concreta possibilità di porre fine ai sedici anni di potere ininterrotto di Viktor Orban. A sfidare il premier è Peter Magyar, ex membro del partito di governo Fidész, oggi leader di Tisza, forza politica emersa con una rapidità meteorica. Secondo Richárd Demény, analista del Political Capital Institute di Budapest, le ultime proiezioni suggeriscono una possibile vittoria di Tisza, potenzialmente anche a larga maggioranza.
Tuttavia, avverte l’esperto, il sistema elettorale ungherese premia il partito più grande e non basterà un semplice successo numerico per smantellare l’architettura illiberale costruita in quasi due decenni.
La parabola di Magyar è iniziata con lo scandalo del 2023, quando l’allora presidente Katalin Novák concesse la grazia a un uomo condannato per aver insabbiato abusi sessuali su minori. Il coinvolgimento dell’ex moglie di Magyar, la ministra della Giustizia Judit Varga, portò alle dimissioni di entrambe e alla rottura definitiva di Magyar con il Fidész. Da allora, il candidato ha condotto una campagna incessante, penetrando persino nelle roccaforti rurali del governo e parlando sia ai delusi della destra quanto agli elettori progressisti.
Mentre Orban ha centrato la sua retorica su temi esteri come la guerra in Ucraina, Magyar ha adottato quello che Demény definisce un “populismo tecnocratico”: si presenta come l’uomo del popolo in lotta contro un’élite corrotta, ma si circonda di imprenditori per proiettare un’immagine di competenza. Il suo motto, “Un’Ungheria che funziona”, mira a intercettare il malcontento per il degrado dei servizi pubblici, tema che risuona fortemente anche nell’elettorato governativo.
Negli ultimi mesi, i temi interni sono quasi scomparsi dalla propaganda di Orbán, sostituita da una costante “psicosi di guerra”. Il governo dipinge l’Ungheria come l’unico baluardo di pace contro un’Unione Europea che vorrebbe trascinare il Paese nel conflitto ucraino. In questa narrazione, Magyar viene descritto dai media statali e dai video generati dall’intelligenza artificiale come un “burattino” di Zelensky e Ursula von der Leyen.
A ridosso del voto, lo scontro si è spostato sui social media. Il portavoce del governo, Zoltan Kovacs, ha accusato Meta di danneggiare il Fidész: secondo Budapest, l’algoritmo di Facebook favorirebbe Magyar. Nonostante Orbán vanti più follower (1,6 milioni contro 930mila), Magyar genera quasi il doppio delle interazioni (14 milioni a marzo). Kovacs sostiene che il profilo del premier subisca limitazioni politiche, mentre quello dell’avversario godrebbe di una distribuzione privilegiata. Meta ha smentito seccamente, dichiarando che i profili professionali sono trattati allo stesso modo e che non esistono restrizioni per l’account del Primo Ministro.
Sullo sfondo della contesa si staglia l’influenza russa. Reti di bot e la Social Design Agency (legata al Cremlino) hanno diffuso contenuti diffamatori contro l’opposizione. Secondo il Washington Post, i servizi esteri russi avrebbero persino ipotizzato la messa in scena di un finto attentato a Orbán per spostare il sentimento pubblico.
A questo si aggiunge l’incognita del “voto nascosto”: un serbatoio stimato tra il 4% e il 5% dell’elettorato (circa 400.000 voti) composto dalle fasce più povere e marginalizzate della popolazione. Si tratta di elettori che i sondaggi non intercettano, spesso soggetti a intimidazioni o compravendita di voti, che il Fidész è in grado di mobilitare capillarmente il giorno delle urne.
Il futuro dell’Ungheria dipenderà dai margini di vittoria della prossima tornata elettorale. Con una supermaggioranza di almeno 133 seggi su 199, Magyar potrebbe avviare un reset completo del sistema, modificando la Costituzione, rimuovendo le figure lealiste dai vertici giudiziari e combattendo la corruzione endemica.
In caso di una maggioranza semplice, tra i 110 e i 132 seggi, Tisza avrebbe comunque lo spazio per attuare riforme su sanità e trasporti e potrebbe sbloccare i fondi Ue legati alla trasparenza, riposizionando Budapest come membro costruttivo dell’Unione Europea e della Nato. Al contrario, una vittoria di Orban fa temere a Demény un raddoppio degli sforzi illiberali, con l’introduzione di leggi sulla trasparenza di stampo russo pensate per soffocare definitivamente la società civile.
Il pericolo maggiore potrebbe concretizzarsi tra il voto e il 12 maggio, data limite per la formazione del nuovo governo. In questo periodo, il Parlamento uscente potrebbe approvare leggi straordinarie per blindare la procura, spostare competenze legislative o svuotare il bilancio, rendendo la vita impossibile a un eventuale governo Magyar.
Inoltre, se il margine fosse inferiore al 5%, il Fidész ha già pronta la narrativa dell’interferenza straniera per contestare i risultati dinanzi alla Corte Suprema (Kuria) e alla Corte Costituzionale, entrambe composte da giudici vicini al premier, rischiando un annullamento delle elezioni che getterebbe il Paese nel caos istituzionale.