TEHERAN - Un nuovo, pericoloso fronte si apre nel conflitto tra Stati Uniti e Iran: la guerra sottomarina. Secondo l’intelligence Usa, Teheran ha iniziato a seminare mine nello Stretto di Hormuz, l’arteria vitale per il commercio mondiale di petrolio. La notizia ha scatenato l’immediata reazione di Donald Trump, che ha avvertito il regime: “Le conseguenze militari saranno a un livello mai visto prima”.
Il Comando Centrale statunitense (CENTCOM) ha confermato di aver già eliminato diverse imbarcazioni iraniane, tra cui 16 navi posamine intercettate vicino allo Stretto. Trump ha rincarato la dose sui social, chiedendo la rimozione immediata degli ordigni: “Vogliamo che vengano rimosse immediatamente! Se non lo faranno, le affronteremo con rapidità e violenza”.
Il presidente ha inoltre annunciato l’impiego di tecnologie missilistiche avanzate, già usate nella lotta al narcotraffico, per distruggere qualsiasi unità tenti di minare le acque.
Nonostante i toni roboanti della Casa Bianca, la realtà operativa è complessa. Proprio lo scorso settembre, la Marina degli Stati Uniti ha dismesso l’ultima delle sue quattro navi dragamine specializzate nel Golfo Persico, spedendole in America per la demolizione.
Attualmente, la bonifica dello Stretto è affidata alle Littoral Combat Ship (LCS), unità che però godono di una pessima reputazione tra i marinai. Ribattezzate ironicamente “Little Crappy Ships”, le LCS sono considerate uno dei più grandi fallimenti della cantieristica navale americana.
Progettate per essere modulari e versatili, hanno mostrato gravi problemi hardware e software sin dal 2008. Molti dei primi modelli sono già stati ritirati dopo pochi anni di servizio. Secondo l’analista Carl Schuster, ex capitano della Marina, l’impiego delle LCS a Hormuz serve più a giustificare i costi eccessivi del progetto agli occhi della burocrazia che a garantire una reale sicurezza.
L’Iran dispone di un arsenale stimato tra le 5.000 e le 6.000 mine antinave, ordigni tecnologicamente molto avanzati. Sono dotati di sensori intelligenti, che non esplodono per semplice contatto. Analizzano campi magnetici, pressione idrostatica e rumori delle eliche, decidendo autonomamente se il bersaglio è quello corretto.
Hanno, inoltre, un software programmabile, ovvero possono essere impostate per attivarsi solo in determinati giorni o mesi, rendendo la bonifica un incubo a lungo termine. Alcuni modelli, una volta individuata la nave nemica, sono in grado di muoversi verso l’obiettivo per massimizzare l’impatto dell’esplosione (da 150 a 1.000 chili di tritolo).