TARANTO - L’ex Ilva di Taranto ha iniziato le operazioni di spegnimento dell’area a caldo, dopo che la Corte di Cassazione ha confermato lo stop agli impianti disposto dai giudici di Milano.  

La fermata arriva in un momento decisivo per il futuro del gruppo siderurgico: tra cinque giorni scadrà il termine per presentare le offerte vincolanti di acquisto, mentre migliaia di lavoratori rischiano la cassa integrazione. 

I primi interventi riguardano i bruciatori utilizzati per mantenere gli altiforni in condizioni di preriscaldo. Le operazioni tecniche dovrebbero proseguire per tutta la settimana, completando una fermata che potrebbe avere conseguenze definitive sulla possibilità di riavviare gli impianti tradizionali. 

Lo spegnimento segue il deposito della pronuncia con cui la Cassazione ha respinto i ricorsi presentati dalle amministrazioni straordinarie contro la sospensione dell’attività produttiva, confermando quanto stabilito dalla Corte d’Appello di Milano sulla necessità di fermare l’area a caldo per i rischi ambientali e sanitari. 

Il governo aveva consentito di mantenere temporaneamente gli impianti in preriscaldo, in attesa della decisione definitiva dei giudici e comunque non oltre il 15 dicembre, ma con il pronunciamento della Suprema Corte questa possibilità è venuta meno. 

La prima scadenza per la gestione delle conseguenze occupazionali è fissata per il 6 novembre, quando al ministero del Lavoro si discuterà della richiesta aziendale di cassa integrazione straordinaria per un massimo di 8.622 dipendenti. 

Due giorni dopo, l’8 novembre, si chiuderà invece il termine per presentare le offerte vincolanti nell’ambito della procedura di vendita. 

Tra i potenziali acquirenti figura il gruppo indiano Jindal, interessato all’intero perimetro industriale. Resta in corsa anche il fondo americano Flacks, che ha confermato la disponibilità a sostenere il proprio piano di investimento per produrre acciaio a Taranto attraverso forni elettrici, nell’ambito di un progetto di riconversione tecnologica. 

Più incerta la partecipazione della cordata di imprese italiane guidata da Federacciai. 

Il presidente dell’associazione dei produttori siderurgici, Antonio Gozzi, ha chiarito che non è stata ancora presa una decisione definitiva sull’eventuale presentazione dell’offerta. 

“La decisione non è stata presa”, ha spiegato, aggiungendo che verrà comunicata quando sarà definita. 

Il governo ha intanto annunciato un nuovo incontro con i sindacati a Palazzo Chigi per la metà di novembre. L’esecutivo punta ad affrontare contemporaneamente l’emergenza occupazionale, la decarbonizzazione della produzione e il rilancio industriale del territorio. 

Tra le possibilità discusse figura il coinvolgimento di grandi aziende come Leonardo, Ferrovie dello Stato, Fincantieri e Rheinmetall per sviluppare nuove attività produttive in Puglia. 

Un’ipotesi accolta favorevolmente da Gozzi, che ha però invitato a distinguere la riconversione economica del territorio dalla necessità di salvaguardare la produzione siderurgica esistente. 

“È giusto che sui temi di riconversione le grandi partecipate industriali pubbliche siano chiamate a dire la loro e a dare il loro contributo”, ha osservato. Il problema immediato, ha aggiunto, è però il mantenimento di almeno una parte dell’occupazione nell’acciaio. 

Le ripercussioni dello spegnimento di Taranto preoccupano anche gli altri stabilimenti del gruppo, in particolare quelli di Genova e Novi Ligure, che svolgono lavorazioni a freddo e dipendono dalla disponibilità di materiale da trasformare. 

La sindaca di Genova, Silvia Salis, intervenuta al Senato sulla vertenza, ha spiegato che le scorte presenti nello stabilimento di Cornigliano permetterebbero di proseguire l’attività soltanto fino a gennaio o febbraio. 

Per questo ha chiesto un piano operativo di ordini e acquisti che garantisca continuità produttiva nei prossimi mesi. 

La stessa richiesta arriva dal sindaco di Novi Ligure, Rocchino Muliere, secondo il quale serve una programmazione delle forniture estesa almeno al medio termine. 

Mentre a Taranto cominciano a fermarsi gli impianti, il futuro dell’ex Ilva dipende dunque da tre passaggi ravvicinati: le decisioni sulla cassa integrazione, la presentazione delle offerte di acquisto e il nuovo confronto tra governo e sindacati. A pesare su tutti resta l’incertezza sulla possibilità di mantenere attiva la produzione siderurgica italiana dopo lo spegnimento dell’area a caldo.