One Nation ha scelto David Farley, ora la parola passa agli elettori di Farrer, seggio lasciato vacante dall’ex leader liberale Sussan Ley. Il 9 maggio il verdetto: conferma liberale, ritorno ai nazionali, la novità che nessuno vuole di One Nation o l’indipendente ‘teal-orange’ Michelle Milthorpe che ha già cominciato la sua campagna, visto il successo ottenuto lo scorso maggio quand’è riuscita a racimolare un bel po’ di consensi, via preferenze, assicurandosi il secondo posto con il 43,8% di voti. I laburisti quasi certamente non ci saranno. Missione impossibile, tanto vale stare alla finestra tifando per la candidata di Climate 200; sicuramente non per Farley perché l’ascesa (nei sondaggi) di One Nation non riguarda solo la Coalizione, ma anche il Partito laburista.

 

 La preoccupazione c’è e si vede. Il primo ministro Anthony Albanese, consapevole del fattore Hanson e i sentimenti popolari che rappresenta, non ha perso un attimo, dopo l’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran, per offrire il suo sostegno ai bombardamenti. Al suo fianco il ministro degli Esteri, Penny Wong, a spiegare l’importanza della rimozione permanente della guida suprema Ali Khamenei, pur facendo attenzione a non dare l’impressione di appoggiare apertamente la strategia di guerra di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Sottilissima linea di resistenza mantenuta dalla senatrice del South Australia anche ieri durante un’intervista televisiva sul’Abc: sicurezza e interessi nazionali da difendere, ma niente giudizi sulla legittimità, secondo i parametri d’intervento internazionali rispettati o meno dagli Usa e da Israele. Porta socchiusa anche a possibili risposte positive a richieste di aiuti da parte dei Paesi del Golfo, ma sempre nell’ambito di difesa dagli attacchi dell’Iran e certamente non di ingaggio a sostegno delle operazioni militari in corso. Equilibrismo al massimo livello, ma nessuna intenzione di ripetere l’errore dello scorso anno, quando Albanese e Wong furono pesantemente criticati per essere stati troppo lenti e ambigui nella risposta ufficiale al primo bombardamento statunitense contro le strutture nucleari iraniane, nel giugno 2025.

Questa volta, per il capo di governo, c’è una ragione in più per non dare l’impressione di non essere fermo e deciso: l’alternativa scomoda di One Nation, con le sue risposte dirette e convinte su tutto, che hanno fatto salire i suoi consensi al 27 per cento, ma che secondo i sondaggi condotti ‘privatamente’ dai laburisti, non hanno solo inferto pesanti perdite ai liberali e nazionali, ma hanno rosicchiato tra il due e il tre per cento anche al partito di governo. E stiamo parlando del voto primario, ricordando che lo scorso maggio i laburisti hanno stravinto come numero di seggi, ma hanno raccolto consensi diretti solo di poco superiori al 30 per cento.
Il problema insomma è bipartisan, ma per ragioni diverse: mentre gli elettori conservatori potrebbero essere attratti da One Nation più per motivi ‘culturali’ (immigrazione con tutte le sue sfumature, questione indigena e politiche di genere), i laburisti rischiano di perdere consensi nel tradizionale elettorato ‘operaio’ (che con tutte le sue trasformazioni ancora esiste), a causa della praticità dei problemi legati al costo della vita. 

Albanese ha abbastanza esperienza politica per non sottovalutare la sfida che ha davanti: l’elettorato sta cercando ‘soluzioni e risposte’ diverse da uno status quo che non lo soddisfa. Le paure e le preoccupazioni sono reali sia dal punto di vista economico che da quello sociale. Ma sembra essere soprattutto alla ricerca di opzioni nel centro-destra, tanto che il voto primario congiunto One Nation-Coalizione, nonostante i contorsionismi e le divisioni in casa liberale degli ultimi mesi, è salito al 47 per cento (alle ultime elezioni la coalizione allargata alla Hanson era al 38 per cento). A ‘sinistra’, invece,  laburisti e verdi sono scesi al 43 per cento. 

Le regolari manifestazioni di protesta pro-palestinesi - che da ottobre del 2023, quasi ogni weekend hanno paralizzato le maggiori città australiane -, e la drammatica strage sulla spiaggia di Bondi dello scorso dicembre, hanno indubbiamente alimentato le inquietudini degli australiani su coesione sociale e i valori del multiculturalismo, creando preoccupanti vuoti politici da riempire. Alle turbolenze di una chiara ondata di antisemitismo si sono unite le insoddisfazioni per privilegi (veri e presunti) di alcune minoranze, che sono andate a sommarsi a preoccupazioni ‘pratiche’ di un’inflazione che ha rialzato la testa imponendo un doppio rialzo dei tassi d’interesse: ora, come se non bastasse, arriverà il conto delle nuove sfide sul fronte rovente dei prezzi in generale e quelli energetici in particolare, a causa del conflitto in Iran. 

Sabato il nuovo leader dell’opposizione, Angus Taylor, nel suo primo intervento davanti ai liberali del New South Wales, ha ammesso che la sfida di Farrer sarà quanto mai complicata per il partito, impegnato, dopo mesi di lotte intestine, a ristabilire un minimo di credibilità elettorale offrendo qualche costruttiva risposta per affrontare i due temi-clou per il Paese: il carovita e la sicurezza nazionale. Ha assicurato di essere pronto a lottare per la difesa di un seggio che era stato nelle mani di Sussan Ley da 25 anni - e ancora prima dei nazionali -, ma non ha spiegato esattamente quali saranno i programmi del candidato liberale, che ancora non è stato scelto, per differenziarsi da quello che già propongono l’indipendente Milthorpe (che sta già riproponendo la linea della campagna di pochi mesi fa) e l’ex CEO nel settore dell’irrigazione, Farley che, appena nominato, presentandosi ai media a fianco di Pauline Hanson e dell’ex viceprimo ministro ed ex leader dei nazionali Barnaby Joyce, ha parlato di acqua ed energia (da garantire a prezzi più bassi), di sanità e di agricoltura, della necessità di arginare la fuga dei giovani dalle aree rurali, offrendo servizi adeguati alle famiglie. 

Evidentemente ci aveva già pensato. Taylor, invece, ha ripetuto alla sua squadra quello che aveva detto agli australiani appena strappata la leadership a Ley. Non ha fatto molto meglio la scorsa settimana in Aula, attenendosi al copione evidentemente preparato prima del lancio delle prime bombe su Teheran: nei primi due giorni di sedute parlamentari solo spose dell’Isis e la radicalizzazione islamica nelle moschee di Sydney. Un po’ più attento Barnaby Joyce che, nel primo ‘Question time’ della settimana, in linea con la gravità del momento, ha chiesto informazioni e assicurazioni sulle riserve di carburanti e fertilizzanti in Australia, dato quello che stava e sta succedendo in Iran e nei Paesi del Golfo Persico. Mercoledì, per fortuna, sono arrivati i dati economici a sbloccare la situazione, offrendo una minima scappatoia a Taylor. A Farrer sarà indubbiamente dura per la Coalizione.