BUENOS AIRES – È iniziato oggi il processo a Felipe Pettinato, ritenuto responsabile dell’incendio che, il 16 maggio 2022, provocò la morte del neurologo Melchor Rodrigo, in un appartamento del quartiere Belgrano a Buenos Aires. Quasi quattro anni dopo i fatti, il Tribunale orale penale (Toc) n. 14 ha dato inizio al giudizio.

Il processo ha anche un forte impatto mediatico perché l’imputato è figlio di Roberto Pettinato, musicista e conduttore di lunga carriera in Argentina, ex sassofonista, negli anni Ottanta, della band Sumo.

Anche Felipe, oggi 32enne, aveva tentato con scarsi risultati una carriera nel mondo dello spettacolo, debuttando come imitatore di Michael Jackson, per assomigliare al quale si era sottoposto a vari interventi chirurgici. Prima dell’incendio del 2022, aveva già attraversato vicende personali che avevano avuto esposizione pubblica, tra cui anche un attacco psicotico e ricoveri legati al consumo di droga.

Nella prima udienza, l’imputato ha scelto di non dichiarare, come aveva già fatto durante la fase istruttoria. Il dibattimento si svolge in modalità virtuale, tramite la piattaforma Zoom, con sei udienze previste.

Pettinato partecipa dal proprio domicilio e arriva al processo in libertà, poiché non è mai stato sottoposto a custodia cautelare, nonostante l’aspettativa di una pena elevata e il sospetto di pericolosità sociale.

L’accusa è per il reato di incendio doloso seguito da morte, figura prevista dall’articolo 186 del Codice Penale che punisce chi provoca un incendio in modo intenzionale generando un esito fatale. La pena prevista va da 8 a 20 anni di reclusione.

Il fatto è avvenuto il 16 maggio 2022 in un appartamento di via Aguilar al 2300, dove viveva Felipe. Rodrigo, che era il suo medico ma anche amico, aveva trascorso lì la giornata e, secondo quanto risulta dagli atti, aveva persino tenuto una conferenza virtuale prima dell’incendio. Secondo l’autopsia eseguita dal Corpo Medico Forense, è morto a causa di “ustioni critiche sul 90% della superficie corporea”, oltre a edema ed emorragia polmonare.

Le perizie effettuate dai vigili del fuoco hanno stabilito che il fuoco si sarebbe originato da una pila di vestiti situata accanto al divano dove il medico dormiva. L’accusa sostiene che l’imputato avrebbe appiccato il focolaio “consapevole del pericolo che ciò comportava”, mentre la difesa non ha presentato eccezioni preliminari prima dell’inizio del processo.

L’accusa è rappresentata in questa fase dal pubblico ministero Fernando Klappenbach, con l’intervento dell’ausiliario Francisco Figueroa. Il collegio giudicante è composto dai giudici Enrique Gamboa, Gabriel Vega e Gustavo Valle.

Delia Beatriz (81 ann), madre della vittima, si è costituita partre civile e ha testimoniato in questa prima giornata. Il padre del neurologo è morto nel 2024, senza aver visto l’inizio del dibattimento.

Tra le prove che saranno analizzate figurano le relazioni tecniche sull’origine dell’incendio, il contenuto di telefoni cellulari e dispositivi elettronici sequestrati sul posto e le testimonianze di vicini, periti forensi e specialisti in investigazione di sinistri. Sono state inoltre acquisite cartelle cliniche e studi tossicologici che indicano che Rodrigo si trovava sotto l’effetto di psicofarmaci al momento dei fatti.

Il legame tra il medico e l’imputato — che combinava una relazione professionale e personale — sarà uno degli assi centrali del processo, insieme alla ricostruzione delle ore precedenti all’incendio e alla condotta successiva all’inizio del rogo.

Parallelamente, Pettinato registra già una condanna precedente: nell’aprile 2024 ha ricevuto nove mesi di reclusione con sospensione condizionale della pena per abuso sessuale semplice, in un processo che si è svolto nel tribunale di San Isidro (conurbano di Buenos Aires).

Per il giudizio in corso, la corte dovrà stabilire se l’incendio sia stato provocato in modo intenzionale e se sia corretto attribuire all’imputato la responsabilità penale per la morte del neurologo. Il verdetto si conoscerà verso la fine di marzo, quando si concluderanno le udienze previste.

Il caso ha inoltre riaperto il dibattito sull’applicazione della Legge nazionale sulla salute mentale (26.657), approvata nel 2010, in particolare per quanto riguarda i ricoveri involontari e i criteri di rischio certo e imminente.

Dopo il fatto, diversi media nazionali hanno riacceso la discussione su se l’attuale quadro normativo offra strumenti sufficienti per intervenire in situazioni di crisi gravi. Specialisti in psichiatria, esponenti dell’ambito giuridico e organizzazioni per i diritti umani sostengono posizioni contrapposte: mentre alcuni ritengono che la legge tuteli correttamente i diritti e l’autonomia delle persone, altri considerano che esistano vuoti operativi che possono rendere difficili interventi preventivi con persone potenzialmente pericolose.