MILANO - “O con me o con nessun altro”. È la frase che, secondo il giudice per le indagini preliminari di Milano, Tommaso Perna, riassume la logica di morte che ha spinto il cinquantaduenne Gianluca Soncin ad assassinare Pamela Genini, 29 anni, nella serata di martedì scorso, con almeno 24 coltellate nel suo appartamento di via Iglesias, alla periferia di Milano. 

L’uomo, in isolamento nel carcere di San Vittore, è rimasto in silenzio durante l’interrogatorio di garanzia. Giovedì il gip ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere, accogliendo integralmente la richiesta della pm Alessia Menegazzo e della procuratrice aggiunta Letizia Mannella.  

Nell’ordinanza, lunga 13 pagine, sono state confermate tutte le aggravanti contestate: premeditazione, crudeltà, futili motivi, stalking e vincolo affettivo, configurando un quadro che, se confermato, porta alla prospettiva dell’ergastolo. 

Secondo il giudice, Soncin aveva pianificato il delitto “quantomeno da una settimana”, visto che approfittando dell’assenza della giovane, che nei giorni precedenti si era rifugiata dai genitori a Bergamo per sfuggire alle violenze e alle minacce, avrebbe duplicato di nascosto le chiavi dell’abitazione.  

Martedì sera, poco dopo le 21.30, è entrato in casa “armato di due coltelli a serramanico”, lasciandone uno in auto e usando l’altro per colpire la ragazza in una sequenza brutale. 

L’autopsia, fissata per domani, chiarirà ulteriormente la dinamica, ma già ora emerge che molti dei fendenti non hanno raggiunto organi vitali, provocando una lunga e dolorosa agonia. “Pamela ha acquisito consapevolezza dell’imminente fine per un tempo non istantaneo”, scrive il gip, secondo cui questi elementi confermano la crudeltà dell’azione. 

La vittima, che aveva conosciuto Soncin nel marzo 2024, aveva deciso di interrompere una relazione segnata da vessazioni, botte e minacce continue, anche se per paura non aveva mai sporto denuncia.  

Un dettaglio che il giudice definisce “amara constatazione”, ricordando come già il 9 maggio la Polizia fosse intervenuta a casa della giovane dopo una richiesta di aiuto. In quell’occasione, però, Pamela aveva minimizzato, definendo l’uomo “un amico con cui aveva un debito di denaro”. 

La sera dell’omicidio, alle 21.35, scrisse all’ex fidanzato e confidente di avere paura: “Ha fatto doppione delle chiavi mie ed è entrato ora in casa, non so che fare, chiama la polizia”. Dopo una serie di messaggi in cui la giovane invocava aiuto, allertando anche dell’intrusione di Soncin, l’amico che in quel momento era già al telefono con lei e aveva avvisato la polizia non riuscirà più a sentirla.  

Quando gli agenti sono arrivati sul luogo, infatti, Soncin aveva già colpito a morte Pamela. 

Le successive perquisizioni nell’abitazione del cinquantaduenne a Cervia hanno rivelato un vero arsenale: una decina di coltelli, tra cui cutter e serramanico simili a quello usato per uccidere, e quattro o cinque pistole scacciacani, oltre ad alcune chiavi che potrebbero essere repliche di quelle dell’appartamento della vittima. 

Per il gip, Soncin è “incapace di controllare i propri impulsi” e “potenzialmente in grado di riservare lo stesso trattamento violento” anche ai genitori e all’ex fidanzato di Pamela, l’uomo che per ultimo ha cercato di salvarla.  

“Ha agito per una ragione futile e bieca, perché lei voleva porre fine a una relazione che fin dall’inizio si era tinta di inaudita e nitida violenza”, scrive il magistrato.