Hanno dai 30 ai 75 anni, idee, formazione e provenienza molto diverse. In comune, però, due passioni: la lingua italiana e il teatro. Così si è formata, a Buenos Aires, la compagnia “Teatro a posto” (nome che vuole ricordare l’espressione italianissima “tutto a posto”) che, da pochi giorni, ha debuttato con la sua prima produzione, “Tutto fa luce”, recitata completamente in italiano.
Un testo che è il risultato di un lungo lavoro di gruppo. “Iniziato in pandemia, via zoom, e che ora finalmente viene alla luce” dice Leticia Lucioni, la regista e coordinatrice –. Ogni attore ha creato il proprio personaggio e ne ha scritto la parte. Io mi sono incaricata di dare forma al tutto”.
La formazione di Leticia passa per il teatro comunitario e il teatro Forum, detto anche Teatro dell’Oppresso, un metodo creato dal brasiliano Augusto Boal, che usa il linguaggio teatrale per produrre un cambiamento sociale, risolvere un conflitto generato da un’ingiustizia o da un’incomprensione, permettere un dialogo tra valori e bisogni diversi. Lucioni ha fatto parte del Circuito Cultural Barracas, un progetto nato a Buenos Aires nel 1996 e che vede i vicini di un intero quartiere impegnati nella realizzazione di spettacoli collettivi, nella convinzione che fare teatro sia alla portata di tutti. Ma con un principio irrinunciabile: la qualità. Perché “popolare” non sia sinonimo di “dilettantesco”
“Tutto fa luce” è ambientato in un condominio della periferia di Roma negli anni ’70 dove, come spesso avviene anche a Buenos Aires, salta continuamente la luce, a causa dell’allacciamento precario. La proprietaria dei vari appartamenti sembra più interessata a riscuotere gli affitti che a risolvere il problema e, per tranquillizzare gli animi, promette continuamente la visita di un incaricato della compagnia elettrica che autorizzerà l’allacciamento regolare. Ogni blackout fa emergere i conflitti latenti, tipici dei condomini.
“Il punto di partenza è stato un film, Nella città, l’inferno, di Roberto Castellani, con Anna Magnani e Giulietta Masina – dice Leticia –. Lì però l’ambientazione era un carcere. Noi abbiamo trasformato le celle nei miniappartamenti di un condominio”. Che in fondo è, metaforicamente, una prigione, dato che i personaggi sono condannati a restare in una condizione subalterna, senza nessuna opportunità di cambiamento, a meno che non riescano a superare i piccoli conflitti e a creare vincoli di solidarietà. Un’opera, in questo senso, che parla di noi a tutti noi e travalica le barriere linguistiche e i confini geografici.

Ma il teatro deve essere prima di tutto una festa tra amici. Per questo, alla fine di ogni spettacolo (nella foto qui sopra, il saluto degli attori e di Leticia Lucioni, la terza da sinistra), gli spettatori sono invitati a restare, a cantare la canzone con cui si chiude l’opera (“Sora Menica” di Gabriella Ferri, artista dimenticata che avrebbe meritato più attenzione nel suo lavoro di recupero della canzone popolare) e approfittare di un piccolo aperitivo italiano, a base di Campari, focaccia e pizza.
“Tutto fa luce” sarà replicato domenica 30 aprile, alle 22, al Teatro La Tertulia, ma sono previste nuove date, visto che le prime tre serate sono andate esaurite in pochi giorni. Info: 11-5174-8039 o teatroaposto@gmail.com.