SYDNEY – Firmus Technologies ha ritirato il progetto di quotazione sull’Australian Securities Exchange (ASX) che avrebbe valutato la società 44 miliardi di dollari, dopo che il sostegno degli investitori istituzionali si è rivelato insufficiente.
L’operatore di data centre puntava a raccogliere 7 miliardi di dollari attraverso un’offerta pubblica iniziale (IPO) che sarebbe diventata la seconda più grande nella storia australiana.
La valutazione prevista avrebbe collocato Firmus davanti a gruppi come Coles e QBE e tra le maggiori società dell’intero listino locale.
Oggi, tuttavia, il consiglio di amministrazione ha deciso di ritirare la domanda di quotazione, citando la recente instabilità dei mercati e condizioni considerate poco favorevoli.
Secondo Firmus, i termini ai quali l’offerta avrebbe potuto procedere non avrebbero riflesso adeguatamente la solidità dell’attività e le prospettive di crescita a lungo termine.
La società ha annunciato che cercherà ora capitale sui mercati privati, senza escludere future alternative sia pubbliche sia private.
Le difficoltà dell’operazione erano emerse già da ieri, quando alcuni media avevano riferito che le banche incaricate del collocamento stavano faticando a trovare compratori al prezzo previsto di 11 dollari per azione.
Secondo le indiscrezioni, era stato valutato anche un taglio a circa 8,25 dollari per cercare di salvare l’IPO.
“Chiaramente la domanda non c’è”, ha commentato l’amministratore delegato di WeBull Australia, Rob Talevski.
Le incertezze sulla quotazione hanno avuto ripercussioni anche su Maas Group, società industriale con sede a Dubbo che possiede il 3,2 per cento di Firmus ed è anche uno dei suoi fornitori. Ieri le sue azioni sono crollate di oltre il 20 per cento.
Una parte delle perplessità degli investitori riguarda la valutazione di Firmus rispetto allo stadio ancora iniziale del suo sviluppo.
La società dispone al momento di due data centre operativi, a Melbourne e Singapore, mentre molti altri sono ancora in fase di progettazione. Due impianti previsti in Tasmania hanno inoltre incontrato opposizione da parte delle comunità locali.
Firmus intendeva raccogliere circa 30 miliardi di dollari statunitensi di debito per costruire nuovi centri destinati all’intelligenza artificiale e successivamente affittare queste cosiddette “AI factories” a grandi gruppi tecnologici come Meta.
Fondata nel 2019 come società di mining di Bitcoin da Oliver Curtis, Tim Rosenfield e Jonathan Levee, Firmus annovera tra i propri investitori anche Nvidia, Blackstone, Regal Partners e Wilson Asset Management.
Talevski ha osservato che il ritiro dell’IPO rappresenta un duro colpo per la società, ma non esclude che Firmus possa tornare in futuro sul mercato con una valutazione più bassa.