TOKYO - L’11 marzo 2011 il mondo assisteva impotente a una delle più grandi catastrofi naturali e tecnologiche della storia. Oggi, a quindici anni di distanza, il Giappone commemora le vittime del “Grande Terremoto dell’Est” mentre affronta la fase più complessa dello smantellamento della centrale di Fukushima Dai-ichi. Una sfida decennale che si consuma in un Paese che, spinto dalla crisi energetica globale, ha riaperto le porte all’atomo dopo anni di blackout nucleare. 

In quell’11 marzo, un terremoto fu registrato alle 14:46 locali, con un sisma di magnitudo 9.0 registrato al largo della costa di Sendai. Quaranta minuti dopo la scossa, un muro d’acqua alto fino a 14 metri travolse le barriere frangiflutti della centrale (progettate per onde di soli 6,5 metri), inondando i generatori diesel d’emergenza. Il blackout totale che ne seguì decretò la condanna dei sistemi di raffreddamento dei reattori 1, 2 e 3. 

Senza refrigerazione, il nocciolo dei tre reattori andò incontro a una fusione completa tra il 12 e il 15 marzo. Le spettacolari ed estreme esplosioni di idrogeno che squarciarono gli edifici reattore furono il preludio a una crisi umanitaria senza precedenti, che costrinse oltre 164.000 persone ad abbandonare le proprie case in un esodo di massa.  

Sebbene non si siano registrati decessi immediati per radiazioni, l’evacuazione forzata causò almeno 51 morti dirette durante i trasferimenti e migliaia di vittime indirette legate allo stress post-traumatico, alimentando un esilio infinito che, a marzo 2026, vede ancora circa 24.000 persone ufficialmente impossibilitate a rientrare nelle zone rosse della prefettura. 

Oggi la battaglia di Fukushima si combatte con la tecnologia. Dal 2023, il Giappone sta procedendo allo scarico controllato nell’Oceano Pacifico delle acque reflue trattate (una massa pari a 540 piscine olimpioniche), operazione monitorata dall’Aiea per garantirne la sicurezza ambientale. 

Tuttavia, il vero “mostro” resta all’interno dei reattori: 880 tonnellate di corio (il combustibile fuso misto a detriti strutturali). Si tratta del materiale più pericoloso al mondo, con livelli di radiazioni così elevati da distruggere i circuiti dei robot inviati per la rimozione. Lo smantellamento definitivo rimane un obiettivo mobile, stimato tra i 30 e i 40 anni, in un cantiere che resta il più complesso del pianeta.