NEW YORK – Gas e petrolio correggono fortemente la loro rotta di violento rialzo sull’attacco all’Iran e le Borse europee vivono una prima giornata di ‘rimbalzo’. Molto più cauta Wall street che si è mossa a lungo poco sopra la parità, con euro calmo e spread tra Btp e Bund tedeschi in calo rispetto alla vigilia.
La picchiata dei prodotti dell’energia era iniziata anche in scia alle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sull’ipotesi che la guerra in Medio Oriente possa finire presto.
Il boom precedente era stato notevole, con il gas arrivato vicino ai 70 euro e il petrolio a New York prossimo ai 120 dollari. Così come è stato evidente il calo della giornata: il petrolio ha segnato ribassi anche del 15% sugli 80 dollari al barile, un calo aiutato anche dai Paesi del Medio Oriente che hanno ridotto la loro produzione giornaliera di greggio.
Secondo Bloomberg, l’Arabia Saudita ha infatti tagliato la sua produzione tra 2 e 2,5 milioni di barili al giorno, mentre gli Emirati Arabi Uniti l’hanno ridotta tra i 500mila e gli 800mila barili. Anche il Kuwait ha tagliato la produzione di mezzo milione di barili e l’Iraq dell’ingente massa di circa 2,9 milioni di barili.
In Italia, i prezzi dei carburanti corrono, e il gasolio in autostrada ha sfondato la soglia psicologica dei 2,60 euro al litro. l’opposizione politica ha attaccato il governo, accusato perché, a differenza di quanto atteso, non ha portato in Consiglio dei ministri il nodo delle accise mobili. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, assicura che “sulle accise ci stanno lavorando il Mimit e il Mef” confermando di aver sentito i colleghi Giorgetti e Urso, senza però dare ulteriori indicazioni su tempi e contenuti.
“Il prezzo del petrolio è aumentato di circa il 47% dalla fine di febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno avviato i primi attacchi contro l’Iran, e registra un incremento di quasi il 76% da inizio anno. Sebbene i livelli attuali siano elevati, restano comunque lontani dal picco registrato nel giugno 2008, quando il petrolio raggiunse i 147 dollari al barile. Tuttavia, tali livelli potrebbero essere nuovamente raggiunti nel caso di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz”. è quanto spiega Anthony Willis, investment manager di Columbia Threadneedle Investments, nelle sue prospettive settimanali del mercato.
“La storia mostra che in diverse fasi - nel 2008, nel periodo 2012-2014 e più recentemente nel 2022 - un prezzo del petrolio superiore ai 100 dollari al barile è stato generalmente associato a un contesto economico più debole. È possibile che questa volta l’esito sia diverso? Non particolarmente. Gli Stati Uniti sono oggi in gran parte autosufficienti dal punto di vista energetico, ma il prezzo del petrolio resta una variabile globale e anche l’economia statunitense ne risente”, prosegue.
Secondo Willis, “ad esempio, il prezzo della benzina negli Stati Uniti ha raggiunto 3,50 dollari al gallone, in forte aumento nel corso dell’ultima settimana. Il petrolio proveniente dal Medio Oriente è destinato principalmente ai mercati asiatici e, in misura minore, a quelli europei, ma la natura globale dei prezzi energetici fa sì che l’impatto si trasmetta a tutte le economie, in particolare a quelle più dipendenti dalle importazioni di energia”.
Per l’esperto, “l’evoluzione della situazione dipenderà da diversi fattori. Molti osservatori ipotizzano che il prezzo del petrolio possa superare i 150 dollari al barile, ma per formulare previsioni più accurate sarà necessaria maggiore chiarezza sugli sviluppi geopolitici. In primo luogo, l’evoluzione del conflitto resta altamente incerta. Non è del tutto chiaro quali siano gli obiettivi strategici degli Stati Uniti, e questo rende difficile comprendere quali condizioni debbano verificarsi prima che l’operazione possa essere considerata conclusa. Eventuali segnali di de-escalation contribuirebbero certamente a migliorare il sentiment di mercato”.