Gianna Nannini non ha età. E, a Berlino, questo è stato chiaro a circa ventimila persone, nella magia del Waldbühne, il grande anfiteatro immerso nel bosco, uno dei luoghi più suggestivi della capitale tedesca. È qui che la rockstar italiana ha aperto la tournée con cui celebra cinquant’anni di carriera e di palcoscenico. 

Mezzo secolo di musica, concerti, provocazioni e canzoni entrate nell’immaginario collettivo, ma soprattutto una dimostrazione d’energia che sembra non conoscere il passare del tempo. Lei, che è sempre lei, ha mandato il pubblico in visibilio, regalando una serata di grandissime emozioni a tanti italiani, ma soprattutto a una marea di tedeschi arrivati da tutta la Germania per ascoltarla. Un pubblico trasversale, composto da generazioni diverse, accomunate dalla conoscenza delle sue canzoni e da un affetto particolare per un’artista che in Germania ha costruito, nel corso dei decenni, una popolarità straordinaria. Alla fine, tutti in piedi e in ovazione, hanno cantato Un’estate italiana, la celeberrima canzone dei Mondiali del 1990, scritta da Nannini insieme a Edoardo Bennato e Giorgio Moroder. Un brano diventato una sorta di inno generazionale, legato indissolubilmente a quell’estate italiana e alla vittoria della Germania Ovest, che conquistò il titolo mondiale nella finale contro l’Argentina. Un curioso destino per una canzone italiana: essere diventata, proprio in Germania, anche il ricordo musicale di una vittoria sportiva storica.

Il concerto è stato travolgente. Gianna ha dato il meglio di sé, riempiendo il tempo di suggestioni molto diverse e passando con naturalezza dal rock più scatenato ai momenti più intimi e teatrali. “Ha messo le mani nei pantaloni, e allora?”, titola lo Stern, sottolineando anche il riferimento all’autoerotismo, provocazione che pure non è mancata durante lo spettacolo. Ma il tono della stampa tedesca è soprattutto quello dell’ammirazione per una performance che ha confermato la straordinaria vitalità della cantante. “Serata indimenticabile”, titola il Berliner Morgenpost. E in effetti la Nannini ha fatto di tutto per rendere memorabile la serata. Scatenata, come sempre, ha percorso l’immenso palco fra scatti, corse e giravolte, con una voce che il tempo sembra aver lasciato intatta. Dopo oltre due ore di concerto era ancora pronta a ripartire. Giannagold, come è stata ribattezzata, ha scelto per l’occasione un look elegante e teatrale, con giacche d’argento di taglio diverso e pantaloni di pelle. Al suo fianco, l’Orchestra Sinfonica di Praga, che ha dato ulteriore profondità e ampiezza a un repertorio già ricchissimo.

La musica, naturalmente, è stata protagonista, ma lo spettacolo ha avuto anche una forte componente visiva: una scenografia sontuosa, fatta di ori, arancioni e rossi, busti e colonne, capace di trasformare il palco in una sorta di teatro barocco e visionario. Nannini, del resto, non è mai stata soltanto una cantante. Nata a Siena nel 1954, si avvicina alla musica fin da giovanissima e sceglie presto una strada personale, lontana dai canoni della tradizionale canzone italiana. Dopo gli studi musicali e le prime esperienze, arriva a Milano e comincia a costruire quella figura artistica che negli anni Settanta e Ottanta la renderà una delle voci più riconoscibili del rock italiano. La sua carriera è costellata di successi, ma anche di scelte controcorrente. La voce ruvida, l’atteggiamento irriverente, i testi spesso provocatori e una presenza scenica anticonformista hanno contribuito a fare di lei un personaggio unico. E proprio questa capacità di non adattarsi alle aspettative altrui è forse uno dei segreti della sua longevità artistica. A Berlino, però, accanto alla rockstar è comparsa anche la donna, con un omaggio alla nonna, partendo da una fotografia in bianco e nero. È stato uno dei momenti più intimi e solenni della serata. 

Nel silenzio generale, la voce della superstar ha letto parole dedicate a quella figura familiare, ricordando una donna capace di affrontare la guerra e la paura con una forza silenziosa: “Durante la guerra, la casa di mia nonna era occupata da uomini in uniforme. Lei non dava a vedere nulla, era risoluta e sicura di sé. Se ne stava semplicemente lì, davanti al suo ferro da stiro, e stirava il mondo. Nessuna paura negli occhi, nessuna lacrima. Solo quella forza silenziosa delle donne che non hanno bisogno di gridare”. E ancora: “Così era mia nonna. Radici robuste, rami piegati dal vento, ma mai spezzati. Come una quercia nel mezzo della tempesta. Questa canzone è per lei e per le donne come lei”. Un momento che ha dato al concerto una dimensione diversa, quasi sospesa. Ancora più toccante, forse, ciò che è arrivato subito dopo: seduta al pianoforte, Nannini ha cantato Ragazzo dell’Europa, integrando nel brano un omaggio alla canzone napoletana con ’O surdato ’nnammurato. La combinazione ha evocato la durezza di un’epoca segnata dalla guerra e, allo stesso tempo, le inquietudini che attraversano ancora oggi la società civile e soprattutto i giovani. Quindi Gianna si è lasciata andare a un duo al piano spericolato, dal sapore brechtiano, confermando una volta di più la sua vocazione teatrale. Perché il concerto della Nannini non è soltanto una successione di hit: è una rappresentazione, un racconto nel quale la musica si mescola alla memoria, alla politica dei sentimenti, alle immagini e alla provocazione. Non poteva mancare il tributo a Domenico Modugno, con Volare.

Quando sono partite le prime note, la scenografia, fino a quel momento dominata da ori e rossi, si è tinta di blu. Un altro passaggio capace di unire generazioni e tradizioni musicali apparentemente lontane. E a una folla piena di suoi coetanei, che hanno riempito la metropolitana berlinese come dei ragazzini, la Nannini ha naturalmente fatto riascoltare anche i grandi successi della sua carriera. Da Bello e impossibile a Meravigliosa creatura, passando per Aria, proposta in una versione intensa e registrata anche in tedesco sui titoli di coda. È forse proprio questa la cifra di Gianna Nannini: essere riuscita a trasformare il tempo in una parte del proprio spettacolo, senza mai subirlo.