TOKYO - Il vertice alla Casa Bianca tra il presidente statunitense Donald Trump e la premier giapponese Sanae Takaichi si preannuncia come uno dei passaggi diplomatici più delicati dall’inizio del conflitto.

Al centro del colloquio c’è la richiesta pressante di Washington: un coinvolgimento diretto delle forze marittime giapponesi per riaprire lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per l’economia globale ora paralizzata dalla guerra. 

Mentre il conflitto in Medio Oriente entra nella sua terza settimana, Trump punta a ottenere l’invio di dragamine e unità navali giapponesi. Sebbene i due leader abbiano mostrato negli ultimi mesi una forte affinità politica e un rapporto personale cordiale, la richiesta statunitense mette a dura prova la tenuta strategica di Tokyo.  

Per il Giappone non è solo una questione di alleanza, ma di sopravvivenza: il Paese importa quasi il 95% del suo petrolio dal Medio Oriente, restando drammaticamente esposto a ogni singola fiammata di tensione nella regione. 

Sanae Takaichi si muove su un terreno minato. Da un lato ci sono le pressioni di Washington, dall’altro i limiti invalicabili di una Costituzione fortemente pacifista (paradossalmente scritta dagli stessi statunitensi nel dopoguerra), che ripudia il conflitto come strumento di risoluzione delle controversie. 

La posizione della premier è resa ancora più complessa da un’opinione pubblica fortemente contraria: secondo i sondaggi più recenti, solo il 9% dei giapponesi sostiene l’azione militare guidata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Takaichi ha già definito “giuridicamente difficile” l’impiego della flotta, argomentando che la crisi attuale non configura ancora quella “minaccia diretta alla sopravvivenza del Paese” necessaria, secondo la legge nipponica, per giustificare un intervento armato. 

Tokyo starebbe, quindi, valutando “cosa si può fare” per non deludere l’alleato senza però farsi trascinare nel baratro del conflitto. La storia offre alcuni significativi precedenti di questo delicato equilibrismo diplomatico.  

Nel 1991, ad esempio, Tokyo scelse di inviare i propri dragamine nel Golfo Persico solo dopo la conclusione ufficiale delle ostilità, limitando l’intervento alla fase di messa in sicurezza post-bellica. Più recentemente, nel 2019, il Giappone ha optato per missioni di pattugliamento e raccolta di informazioni, evitando però con estrema cura lo Stretto di Hormuz, proprio per non compromettere i propri canali diplomatici con l’Iran e mantenere una posizione di relativa neutralità operativa. 

La missione di Takaichi a Washington ha anche un secondo fine, tutto asiatico. Il Giappone ha bisogno del sostegno incondizionato degli Stati Uniti per il contenimento della Cina nel Pacifico. Cedere alle richieste di Trump su Hormuz potrebbe essere il prezzo da pagare per garantire la protezione statunitense vicino casa, ma il rischio è di pagare un conto economico e politico interno altissimo. 

Secondo gli analisti, la premier dovrà tentare una sintesi quasi impossibile: confermare la solidità dell’asse con Washington senza violare l’identità pacifista del Giappone, in un contesto reso imprevedibile dalla volatilità della politica energetica globale.