ROMA - La campagna per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo si mantiene al centro di tensioni politiche e istituzionali. A riaccendere il dibattito è stata la richiesta del ministero della Giustizia, guidato da Carlo Nordio, di rendere noti eventuali contributi dei cittadini al Comitato per il ‘no’, vicino all’Associazione nazionale magistrati (Anm). Nordio ha giustificato la richiesta come un atto dovuto di trasparenza a seguito di un’interrogazione parlamentare, ma Pd, M5s e Avs hanno denunciato un tentativo d’intimidazione e di stilare “liste di proscrizione”. Forza Italia ha invece sottolineato il rischio di un legame tra magistrati in servizio e finanziatori del comitato, mentre l’Anm ha ribadito l’autonomia del Comitato e criticato la richiesta come violazione della privacy. 

Il confronto si è allargato alla gestione dei decreti attuativi della riforma costituzionale. Nordio ha chiarito che si tratta solo di bozze preparatorie, necessarie per non arrivare impreparati in caso di vittoria del ‘sì’, ma la loro anticipazione ha sollevato polemiche perché normalmente i decreti vengono definiti dopo l’approvazione definitiva della legge. Nordio ha ribadito la disponibilità al dialogo con magistratura, avvocatura e mondo accademico, mentre il vicepremier Matteo Salvini ha invitato a evitare insulti e a concentrarsi sul merito. Anche il sottosegretario Alfredo Mantovano aveva ricordato che le norme attuative sarebbero state discusse preventivamente con i magistrati, in gran parte contrari alla riforma. 

Sul fronte politico, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è tornata ad attaccare i magistrati, definendone una parte “politicizzata” e incapace di contrastare l’immigrazione illegale, citando il caso di un cittadino algerino con 23 condanne, al quale alcuni giudici hanno negato l’espulsione e imposto un risarcimento di 700 euro da parte del ministero dell’Interno. Le parole di Meloni hanno alimentato il clima di confronto acceso tra governo e magistratura. 

La polemica si è ulteriormente intensificata con le dichiarazioni di Nordio sul “sistema paramafioso” nel Csm, frase difesa da Fratelli d’Italia ma criticata dalle opposizioni e dai magistrati della Corte dei conti, che hanno denunciato una delegittimazione sistematica. FdI e Lega rivendicano una mobilitazione a tutto campo in vista del referendum, pur con cautela per non politicizzare troppo l’appuntamento. È confermato l’evento di marzo a Milano con giuristi per il ‘sì’, mentre Meloni potrebbe decidere d’intervenire personalmente solo negli ultimi 10 giorni della campagna, per non produrre un effetto negativo sull’astensione. 

Intanto il centrosinistra e i partiti d’opposizione continuano a esercitare pressione sul governo, accusando Nordio e FdI di arroganza e di tentare di influenzare la magistratura. “Al referendum sulla giustizia voterò convintamente ‘no’. Non perché la giustizia italiana non abbia bisogno di riforme, ma perché riforme così delicate non si fanno per via referendaria e per interventi parziali”. È la posizione espressa da Nicola Carè, deputato eletto nella circoscrizione estero, ripartizione Africa, Asia, Oceania e Antartide, esponente del Partito democratico.

“Il sistema giudiziario è un equilibrio complesso tra garanzie, diritti, indipendenza della magistratura e tutela delle vittime. Intervenire con singoli quesiti rischia di produrre effetti non coordinati su un impianto che richiede invece una visione organica”, sottolinea. Secondo Carè questa non è una vera riforma della giustizia, perché non migliora l’efficienza del sistema per i cittadini italiani, non accelera i processi e non interviene sulle criticità strutturali che rallentano le decisioni.

“Non basta modificare singole norme per rendere la giustizia più giusta e più vicina alle persone”. L’esponente dem evidenzia inoltre che il referendum non affronta uno dei nodi centrali del sistema: la stabilizzazione dei circa 12.000 lavoratori precari della giustizia che da anni garantiscono il funzionamento degli uffici giudiziari. “Senza investimenti sul personale e senza dare certezze a chi tiene in piedi i tribunali ogni giorno, parlare di riforma è fuorviante”. Per Carè, la priorità deve essere quella di rendere la giustizia più rapida ed efficiente attraverso investimenti, digitalizzazione, rafforzamento degli organici e riforme strutturali discusse e approvate in Parlamento. “Votare ‘no’ - conclude - significa scegliere una riforma complessiva, costruita con responsabilità e senza scorciatoie”.

Tra interrogazioni parlamentari, lettere tra ministero e Anm e scambi di accuse, la tensione resta alta, facendo del referendum un banco di prova per la tenuta del governo, la coesione della maggioranza e il rapporto tra esecutivo e magistratura.