BUDAPEST – “Viktor Orbán è un vero eroe”, ha scandito il vicepremier italiano Matteo Salvini in ungherese, lanciando la volata all’alleato insieme all’intero fronte dei Patrioti europei.

Al Millenaris - ex fabbrica dell’Ottocento ai piedi delle colline di Buda, oggi tempio degli eventi - ha preso forma l’operazione rilancio del premier magiaro che, in vista del voto del 12 aprile, rincorre nei sondaggi il rivale Péter Magyar.

Davanti a una platea punteggiata di bandiere rosse, bianche e verdi, i leader sovranisti si sono alternati seguendo un copione collaudato: identità, sovranità nazionale, attacchi a Bruxelles e a Volodymyr Zelensky. Più lontano, però, l’Europa delle istituzioni - bersaglio privilegiato del gotha sovranista - ha nuovamente alzato il livello di uno scontro ormai totale con il capo del governo ungherese, chiedendo chiarimenti sui rapporti tra Budapest e Mosca alla luce delle rivelazioni del Washington Post su presunti scambi di informazioni.

“Contro di noi si sono mobilitate forze enormi”, con “Kiev e Bruxelles” in prima linea, “ma vinceremo”, ha assicurato Orbán tornando a illustrare la sua visione dell’Europa: non una federazione, ma “un’alleanza di nazioni sovrane”, da costruire “ristrutturando i centri di potere” e, soprattutto, chiudendo le porte all’Ucraina, che rappresenterebbe “un peso insostenibile sulle spalle dei cittadini”.

Una linea sostenuta in modo compatto dagli alleati, impegnati - per bocca di Marine Le Pen - anche a difendere il premier dalla pioggia di critiche sul veto al prestito Ue da 90 miliardi di euro a Kiev. Così Orbán “tutela gli interessi ungheresi”, ha tagliato corto la leader del Rassemblement National, respingendo i diktat europei e rilanciando la “difesa della sovranità nazionale” in un coro a cui si sono uniti, tra gli altri, anche l’olandese Geert Wilders, lo spagnolo Santiago Abascal, il belga Tom van Grieken, l’austriaco Herbert Kickl e il portoghese André Ventura.

Tra gli attacchi alle “ideologie” del Green deal e alla burocrazia di un’Europa che “fa chiudere le fabbriche e perdere posti di lavoro” e i ringraziamenti al popolo ungherese per la vicinanza “durante i cinque anni del processo” Open Arms, è stato Salvini a sintetizzare il cuore della sfida ungherese sulle interferenze straniere, al centro del fuoco incrociato tra il leader di Fidesz e l’opposizione di Tisza.

“Il voto libero del popolo ungherese vale più dei miliardi di Soros e delle minacce di Zelensky”, ha rimarcato il leader della Lega a chiusura del suo intervento.

Le rivelazioni sui presunti contatti tra il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, e Mosca hanno però ormai aperto una nuova faglia anche con Bruxelles. Si tratta di “un grave attacco contro l’Ungheria”, ha replicato Orbán promettendo l’apertura di un’indagine sulle indiscrezioni di stampa. Lo sfidante Magyar non ha però fatto sconti: “È puro alto tradimento della patria e avrà conseguenze”, ha tuonato.

Fidesz, il partito al governo, ha focalizzato la campagna sui temi della sicurezza. Un tema centrale è quello dell’oleodotto Druzhba, danneggiato da un attacco russo e diventato motivo di forte scontro con l’Ucraina, accusata di non voler effettuare i necessari lavori di riparazione. E contro Kiev è diretta buona parte della propaganda di Orbán, che ha accusato la nazione in guerra di aver pianificato aggressioni contro la sua famiglia.

La tattica elaborata dall’Svr, secondo il Washington Post, consiste nel presentare Orbán come il candidato della pace e della stabilità e di dipingere Magyar come “un burattino di Bruxelles” a capo del “partito della guerra”.

I sondaggi, nondimeno, continuano ad assegnare a Magyar un vantaggio su Orbán che, nelle ipotesi più prudenti, è di almeno 10 punti. “C’è un crescente panico nel partito al governo e penso che stiano prendendo misure poco ponderate per rimanere al potere”, è il commento al Washington Post di Andras Telkes, ex numero due dei servizi esteri ungheresi, “i russi faranno di tutto per mantenere Orbán al potere. Considerano l’Ungheria parte della loro sfera d’influenza”.