LOS ANGELES - La 68ª edizione dei Grammy Awards ha travalicato i confini della musica, trasformandosi in un potente palcoscenico di protesta politica e sociale. Una serata in cui le note si sono intrecciate con la denuncia, riflettendo un clima di forte tensione negli Stati Uniti, tornato al centro del dibattito pubblico dopo i recenti fatti di sangue in Minnesota legati a un’operazione dell’ICE. Le politiche migratorie dell’amministrazione Trump sono state il bersaglio principale di artisti che, dal tappeto rosso al palco, hanno scelto di usare la visibilità globale dell’evento come megafono per un messaggio di dissenso.

Fin dalle prime battute, il conduttore Trevor Noah ha alternato ironia e satira politica, alludendo più volte alla distanza crescente tra l’America celebrata dalla musica e quella raccontata dalle cronache. Ma è stato soprattutto durante i discorsi di ringraziamento che la protesta ha assunto toni espliciti. Billie Eilish, vincitrice del Grammy per la miglior canzone dell’anno con Wildflower, ha difeso apertamente i diritti degli immigrati, ricordando che “nessuno è illegale su una terra rubata”, frase accolta da una lunga ovazione che ha segnato uno dei momenti più intensi della serata.

Ancora più diretto Bad Bunny, premiato per il miglior album urban con Debí Tirar Más Fotos, che dal palco ha chiesto esplicitamente di “mettere fuori” l’ICE: “Non siamo animali, siamo umani e siamo americani”. Parole che hanno trovato eco negli interventi di Gloria Estefan, che ha dichiarato di “non riconoscere più il proprio Paese”, di Kehlani, apparsa con una spilla recante la scritta ‘ICE Out’, e di Shaboozey, che ritirando il suo premio ha dedicato la vittoria “agli immigrati che hanno costruito questo Paese, mattone dopo mattone”.

Sul piano artistico, la serata ha segnato anche importanti record. Kendrick Lamar ha consolidato il suo status di leggenda vivente dell’hip hop raggiungendo quota 26 Grammy, grazie alla vittoria per il miglior album rap, superando Jay-Z e diventando l’artista rap più premiato nella storia della manifestazione. Un riconoscimento che ha suggellato un percorso creativo capace di coniugare successo commerciale, ricerca musicale e impegno civile.

La categoria miglior debutto ha visto il trionfo della britannica Olivia Dean, che ha conquistato pubblico e critica con Man I Need, imponendosi come una delle nuove voci più interessanti del panorama internazionale. Tra i ritorni più celebrati, i Cure hanno ottenuto il Grammy per Songs of a Lost World, premiato come miglior album alternative, segnando un nuovo capitolo nella lunga carriera della band di Robert Smith.

Applausi anche per il versante pop e musical, con la vittoria del duo composto da Cynthia Erivo e Ariana Grande per Defying Gravity, premiato come miglior performance pop di gruppo, uno dei momenti più spettacolari della cerimonia.

Momento storico, infine, per Steven Spielberg, che grazie alla vittoria per il miglior film musicale con Music by John Williams è entrato nel ristretto club degli EGOT, acronimo che identifica gli artisti capaci di vincere almeno un Emmy, un Grammy, un Oscar e un Tony. Un traguardo che consacra definitivamente la sua eccellenza trasversale tra cinema, musica, televisione e teatro.

Tra le vittorie più singolari della serata spicca quella del Dalai Lama, premiato per il miglior audiolibro con Meditations, un riconoscimento ritirato dal cantautore Rufus Wainwright.