PARIGI – L’UNESCO torna a puntare i riflettori sulla Grande Barriera Corallina. Il rapporto è considerato un’esigenza urgente per valutare se le azioni intraprese da Canberra siano sufficienti a evitare che la barriera venga ufficialmente inserita nella lista dei siti “in pericolo”. Nonostante il riconoscimento degli sforzi compiuti in questi anni, il Comitato ha chiesto una revisione più approfondita rispetto ai consueti rapporti annuali, segnalando che i rischi strutturali per l’ecosistema non sono ancora stati risolti.

Al centro delle preoccupazioni c’è l’impatto crescente della crisi climatica, principale responsabile dei ricorrenti episodi di sbiancamento di massa dei coralli. Ma a minacciare la salute della barriera sono anche l’inquinamento terrestre, la deforestazione lungo la costa e il dilavamento agricolo che alimenta le infestazioni di stelle marine predatrici. Recenti inondazioni nel nord del Queensland hanno peggiorato ulteriormente la situazione: più di 700 chilometri di costa sono stati colpiti da allagamenti che hanno compromesso la qualità dell’acqua, aggravando le condizioni del delicato ecosistema marino.

“La revisione del 2026 sarà un test cruciale - ha dichiarato la biologa marina Lissa Schindler dell’Australian Marine Conservation Society -. I governi, sia federali che statali, devono fare di più per fermare la deforestazione e rispettare gli obiettivi di qualità delle acque”.

Al di là delle azioni ambientali locali, è la politica climatica nazionale a essere messa sotto esame. L’Australia, infatti, ha l’opportunità nei prossimi mesi di aggiornare il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2035, nell’ambito dell’accordo sul clima di Parigi. “Se il governo vuole davvero salvare la barriera, deve adottare politiche climatiche compatibili con la sua sopravvivenza”, ha avvertito Schindler. “Questo significa tagliare le emissioni del 90% entro il 2035 e bloccare l’approvazione di nuovi progetti di combustibili fossili”.

Anche il WWF Australia si unisce all’appello, sottolineando che un obiettivo più ambizioso darebbe una “vera possibilità” di sopravvivenza alla barriera, tutelando al contempo i settori economici collegati – come il turismo e la pesca – e l’eredità culturale millenaria delle comunità aborigene locali. Un portavoce del governo federale ha difeso l’operato dell’Australia, ricordando che il Paese ha già presentato rapporti completi nel 2019 e nel 2022, e sta investendo “come mai prima d’ora” nella protezione della barriera. Tuttavia, ha sottolineato che la crisi climatica è una minaccia globale che richiede una risposta internazionale. “L’Australia sta facendo la sua parte, ma per proteggere davvero le barriere coralline in tutto il mondo serve un’azione concertata da parte di tutti i Paesi”, ha dichiarato il portavoce.

Il prossimo anno sarà dunque decisivo. Il rapporto richiesto dall’UNESCO potrebbe determinare il destino del sito patrimonio dell’umanità, simbolo dell’Australia e patrimonio biologico e culturale unico al mondo. La posta in gioco non riguarda solo l’immagine internazionale del Paese, ma la sopravvivenza stessa di una meraviglia naturale che ospita oltre 9.000 specie marine e sostiene comunità che ne custodiscono il valore da generazioni.