DAVOS - “Un accordo per sempre, infinito”. Con queste parole Donald Trump ha annunciato da Davos la fumata bianca sul caso Groenlandia, disinnescando una delle crisi più acute nei rapporti transatlantici degli ultimi anni.
Il presidente degli Stati Uniti ha comunicato di aver raggiunto un “accordo quadro” con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che permette a Washington di tutelare i propri interessi di sicurezza nazionale senza procedere all’acquisizione forzata dell’isola.
Contestualmente, Trump ha annunciato la cancellazione dei dazi previsti per il 1° febbraio contro i Paesi europei (tra cui Danimarca, Francia e Norvegia) che avevano inviato truppe simboliche sull’isola in segno di sfida.
Sebbene i dettagli tecnici siano ancora in fase di definizione, la struttura del compromesso poggia su due pilastri fondamentali: il Golden Dome e le risorse strategiche.
Da una parte gli alleati europei della Nato collaboreranno attivamente allo sviluppo e all’installazione in Groenlandia del nuovo sistema di difesa missilistico statunitense. Dall’altra, l’accordo garantisce agli Stati Uniti e ai partner occidentali l’accesso prioritario allo sfruttamento dei minerali critici e delle terre rare nel sottosuolo groenlandese, con l’obiettivo esplicito di escludere l’influenza economica di Russia e Cina.
Il cuore del compromesso risiede nella gestione del territorio. Secondo indiscrezioni riportate dal New York Times, la Danimarca rinegozierà il trattato di difesa del 1951, concedendo agli Usa la sovranità su “piccole tasche” di territorio. Lo scenario ricalca il modello di Cipro, dove il Regno Unito controlla basi militari che sono a tutti gli effetti territorio sovrano britannico.
Questo permetterebbe a Trump di rivendicare la “proprietà” necessaria per la difesa (evitando il concetto di leasing che aveva aspramente criticato), pur rispettando formalmente l’integrità territoriale del Regno di Danimarca.
La premier danese, Mette Frederiksen, ha mantenuto una linea di estrema prudenza: “Siamo pronti al dialogo su sicurezza e investimenti, ma la sovranità non è negoziabile”. Ha però confermato che Copenaghen ha coordinato ogni passo con Mark Rutte per trovare una via d’uscita onorevole.
Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha accolto con favore la svolta, definendola “la giusta direzione”. Merz ha sottolineato come la minaccia russa nell’Artico sia reale e come l’impegno comune degli alleati sia l’unico modo per proteggere il Nord Europa senza minare le fondamenta della Nato.
Pechino ha risposto duramente tramite il portavoce Guo Jiakun, definendo la “minaccia cinese” un pretesto infondato usato da Washington per “perseguire interessi egoistici”.
La richiesta di “negoziati immediati” lanciata dal podio di Davos si è rivelata fruttuosa. Sebbene la Nato e la portavoce Allison Hart precisino che Rutte non ha proposto compromessi formali sulla sovranità, è chiaro che la rinegoziazione del trattato del 1951 aprirà la strada a una presenza statunitense molto più radicata e permanente.