COPENHAGEN – “Né americani, né danesi: groenlandesi”. Il proclama risuona a Nuuk e ricompatta l’intero arco politico artico, sempre più sotto l’assedio di Donald Trump.

I leader dei cinque partiti dell’isola più grande del mondo hanno accantonato le rivalità per difendere “la sovranità” non in vendita e “il diritto” di decidere in piena autonomia il proprio destino. Una chiamata alle armi politiche - formalizzata in una dichiarazione congiunta - contro il tycoon, deciso a prendersi “con le buone o con le cattive” la terra ricca di risorse minerarie e, nella sua narrazione, cruciale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. 

Nei prossimi giorni il dossier approderà nell’Aula dell’Inatsisartut, acuendo una tensione destinata a mettere alla prova i rapporti con Copenaghen: nel governo groenlandese prende infatti sempre più corpo l’idea di negoziare direttamente con Washington, senza la mediazione danese. 

La Groenlandia deve sedere “in prima fila in qualsiasi trattativa, cosa ci sarebbe di male se incontrassimo gli Usa da soli?”, ha incalzato la ministra degli Esteri Vivian Motzfeldt, lasciando intravedere una faglia politica che la Casa Bianca potrebbe presto usare a suo favore.
Gli Stati Uniti, ripete da giorni Trump senza ambiguità, non possono permettere “che Russia o Cina occupino la Groenlandia”.

Ma dietro le dichiarazioni roboanti, i segnali che arrivano dall’amministrazione americana restano ambivalenti. Il vicepresidente J.D. Vance e altri funzionari hanno lasciato intendere che l’opzione militare non è imminente, mentre il segretario di Stato Marco Rubio - che mercoledì dovrebbe avere un faccia a faccia con l’omologo danese Lars Lokke Rasmussen - avrebbe spiegato che l’obiettivo del tycoon è piuttosto quello di “comprare” l’isola. 

L’offerta di fonte statunitense - investimenti, posti di lavoro, turismo, persino un assegno fino a 100 mila dollari per abitante - alimenta le spinte indipendentiste cavalcate dall’opposizione di Naleraq. La linea condivisa però da tutti i cinque partiti è univoca: Washington deve “smettere di mostrare disprezzo” per il Paese di circa 57 mila abitanti, colonia danese fino al 1953 e autonomo dal 1979.

L’indipendenza è l’orizzonte ma, è dal canto suo l’approccio cauto del premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen, soltanto quando l’economia sarà pronta.

L’incubo artico aumenta tuttavia l’allerta nell’intera Danimarca. Dal carrello alla playlist, il boicottaggio dei prodotti Usa - Coca-Cola, Heinz, Netflix e Amazon - monta insieme al boom dell’acquisto di bandiere groenlandesi. Ben quattro danesi su dieci, nei numeri di un sondaggio Voxmeter, non escludono uno scenario estremo di invasione americana sotto la presidenza Trump.

Di cessione non se ne parla “nemmeno sotto minaccia nucleare”, ha tagliato corto il presidente della commissione Difesa del Parlamento danese, il conservatore Rasmus Jarlov, pur lasciando aperta la porta a cooperazioni pragmatiche con “basi militari, miniere, presenza Usa”. Una linea che si salda a quella euro-atlantica.

Il messaggio consegnato dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, a Rubio sull’importanza dell’Artico per la sicurezza comune sarà ribadito nelle prossime ore dal commissario Ue alla Difesa Andrius Kubilius, in missione in Svezia. Le leve di deterrenza sul tavolo europeo vanno dal rafforzamento della postura nel Grande Nord all’offensiva economica con lo strumento anti-coercizione, il bazooka Ue che consentirebbe, tra l’altro, di escludere imprese Usa dal mercato dei servizi europei. E poi l’ipotesi più delicata: il dispiegamento militare europeo in Groenlandia sotto l’ombrello della Nato per frenare qualsiasi ambizione espansionista.

Una strada che mette tuttavia alla prova anche l’Alleanza stessa, chiamata a gestire una crisi interna al suo perimetro. Un’azione contro un membro della Nato, ha sintetizzato la premier danese Mette Frederiksen nei giorni scorsi, significherebbe “la fine di tutto”.