TEHERAN - Mentre i raid di Stati Uniti e Israele scuotono l’Iran per il quarto giorno consecutivo, si accendono i riflettori su una crisi parallela e invisibile: quella dei prigionieri politici e dei detenuti comuni.
La storia recente della Repubblica Islamica insegna che a ogni crisi esterna corrisponde un inasprimento della repressione interna, trasformando le carceri in luoghi di “regolamento di conti”.
Il Centro per i Diritti Umani in Iran (CHRI), Ong con sede a New York, ha lanciato un appello urgente alla comunità internazionale. La richiesta è chiara: utilizzare ogni canale diplomatico per spingere le autorità di Teheran a rilasciare immediatamente i prigionieri politici, sospendere tutte le esecuzioni capitali programmate e garantire l’incolumità dei detenuti durante le operazioni militari.
In una lettera aperta carica di angoscia, l’attivista ed ex prigioniera politica Atena Daemi, già compagna di cella del premio Nobel Narges Mohammadi, ha evidenziato la doppia vulnerabilità dei reclusi. Da un lato sussiste il rischio che i vertici del sistema di sicurezza sopravvissuti ai raid sfoghino la propria frustrazione compiendo ritorsioni sui dissidenti già in cella, dall’altro vi è il timore che le prigioni diventino obiettivi militari, venendo colpite accidentalmente o deliberatamente dai raid alleati, come già accaduto nel precedente conflitto di giugno.
“Durante la guerra dei 12 giorni, il carcere di Evin è stato colpito e le autorità non hanno mosso un dito per evacuare i detenuti, nonostante i rischi evidenti”, ricorda il CHRI, sottolineando come molti prigionieri siano attualmente isolati e ignari dell’andamento dei combattimenti.
Con il Paese sotto attacco, l’accesso a informazioni indipendenti sulle condizioni dei centri di detenzione è diventato quasi impossibile. Questa “ombra della guerra” è, secondo gli attivisti, il terreno fertile ideale per la Repubblica Islamica per commettere abusi.
Si teme, infatti, un’accelerazione delle condanne a morte per “spionaggio” o “tradimento”. Inoltre, notizie di trasferimenti violenti e feriti non curati arrivano a fatica dalle prigioni di Teheran e delle province colpite.
Atena Daemi ha esteso l’appello anche ai detenuti per reati comuni, chiedendo che vengano adottate misure straordinarie data l’eccezionalità del momento. L’attivista sollecita la concessione della libertà condizionale, congedi d’urgenza o il trasferimento immediato in strutture sicure, situate lontano da obiettivi sensibili e siti militari.