TEHERAN - A quasi un mese dall’inizio del conflitto, stabilire con precisione quante persone abbiano perso la vita in Iran è diventato un’impresa quasi impossibile. Mentre il governo di Teheran non aggiorna i dati ufficiali da settimane, le organizzazioni internazionali denunciano un isolamento informativo senza precedenti, causato dall’interruzione delle comunicazioni e dalla repressione interna. 

L’ultimo bilancio fornito dal Ministero della Salute iraniano risale all’8 marzo, appena il nono giorno di guerra, e riportava circa 1.200 civili uccisi dai raid aerei. Da allora, il silenzio ufficiale è stato accompagnato da un blocco quasi totale di Internet, imposto dalle autorità il 28 febbraio. 

Le linee telefoniche verso l’estero sono fuori uso e l’accesso illegale alla rete viene punito con l’arresto e accuse di spionaggio. Ong come la norvegese Hengaw denunciano l’impossibilità di raggiungere i propri contatti sul campo, che rappresentano gli “occhi e le orecchie” necessari per documentare gli abusi in un Paese fortemente censurato. 

Nonostante le difficoltà, l’agenzia Hrana, con sede negli Stati Uniti, ha provato a tracciare una stima indipendente che conta almeno 1.407 vittime civili, tra cui 214 bambini. Skylar Thompson, vicedirettrice dell’organizzazione, ha definito questi numeri assolutamente minimi, sottolineando come la velocità e la capillarità dei raid rendano impossibile documentare ogni decesso in tempo reale. 

Se il conteggio delle vittime umane è incerto, i dati della Mezzaluna Rossa iraniana offrono uno spaccato della devastazione materiale subita dal Paese. Secondo gli ultimi rilievi, i bombardamenti hanno colpito oltre 61.500 abitazioni e 19.000 attività commerciali, oltre a 275 centri medici e quasi 500 scuole. 

La diffidenza della comunità internazionale verso i numeri di Teheran affonda le radici nella repressione delle proteste antigovernative di gennaio 2026. In quell’occasione, a fronte dei 3.000 morti dichiarati dal regime, i ricercatori indipendenti ipotizzarono un bilancio reale compreso tra le 7.000 e le 35.000 vittime.  

Come sottolineato da Awyar Shekhi di Hengaw, la Repubblica Islamica ha una lunga storia di opacità nella raccolta e pubblicazione dei dati sensibili, rendendo oggi necessaria una cautela estrema verso ogni comunicazione ufficiale.