La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti è entrata nella sua seconda settimana senza segnali concreti di tregua. Mentre sul terreno proseguono gli attacchi incrociati, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha rivolto un insolito messaggio di scuse ai Paesi del Golfo colpiti nei giorni scorsi dai raid iraniani, cercando di ridurre la tensione con i vicini della regione.
“Personalmente mi scuso con i Paesi vicini che sono stati colpiti dalle azioni dell’Iran”, ha dichiarato Pezeshkian, invitando i Paesi della regione a non partecipare alle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica islamica. Il presidente ha spiegato che Teheran è pronta a sospendere gli attacchi se dai loro territori non partiranno operazioni militari contro l’Iran.
Nonostante il gesto diplomatico, il conflitto continua ad allargarsi. Poche ore dopo le dichiarazioni del presidente, i Guardiani della rivoluzione hanno annunciato attacchi con droni contro strutture militari statunitensi nella base aerea di al-Dhafra, vicino ad Abu Dhabi, e contro una base americana in Bahrein. Esplosioni sono state segnalate anche a Doha, in Qatar.
Le tensioni sono aumentate ulteriormente dopo l’ultimatum lanciato dal presidente statunitense Donald Trump, che ha chiesto la resa incondizionata dell’Iran. Pezeshkian ha respinto la richiesta definendola “un sogno”, mentre Trump ha dichiarato che Teheran potrebbe essere colpita “molto duramente” e non ha escluso l’estensione delle operazioni militari a nuovi obiettivi.
Secondo le autorità iraniane, gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele avrebbero provocato la morte di oltre 1.300 civili iraniani e migliaia di feriti. Sul fronte opposto, gli attacchi iraniani avrebbero causato almeno dieci morti in Israele e la morte di sei militari statunitensi nella regione. Anche la nuova Guida suprema designata, il figlio di Ali Khamenei, Mojtaba, sarebbe stato ferito nel corso di un attacco.
Il conflitto ha ormai coinvolto anche altri Paesi del Medio Oriente. Gli Stati del Golfo hanno denunciato attacchi contro infrastrutture civili, tra cui hotel, porti e installazioni petrolifere, nonostante non abbiano partecipato direttamente alle operazioni militari contro l’Iran. Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrein, Oman, Arabia Saudita e Iraq hanno segnalato negli ultimi giorni il passaggio o l’intercettazione di droni e missili.
Un funzionario degli Emirati ha dichiarato che Abu Dhabi vuole evitare un ulteriore allargamento del conflitto. “Non vogliamo che la guerra si estenda”, ha affermato, invitando Teheran a fermare gli attacchi.
Non è andata meglio sul fronte con Israele, dove la Repubblica islamica ha lanciato una serie di attacchi che ha fatto scattare gli allarmi a Tel Aviv e nel centro di Israele per tutta la notte, mentre l'Idf ha annunciato di aver distrutto 16 aerei nei raid sull'aeroporto di Mehrabad tra gli attacchi contro Teheran e Isfahan. E sullo scontro militare in Libano, un blitz delle forze israeliane per recuperare i resti di un pilota nel villaggio di Nabi Sheet, nell'orientale, ha provocato almeno 41 morti, secondo il governo di Beirut.
Le scuse del presidente iraniano hanno provocato anche reazioni all’interno della politica iraniana. Alcuni esponenti dell’ala più dura hanno criticato il tono delle sue dichiarazioni. Il parlamentare conservatore Hamid Rasai ha scritto sui social che la posizione del presidente è stata “debole e inaccettabile”.
La situazione resta quindi estremamente incerta. Mentre proseguono gli attacchi e le operazioni militari su più fronti, cresce il timore che il conflitto possa estendersi, con conseguenze imprevedibili per la stabilità del Medio Oriente e per le rotte energetiche strategiche come lo stretto di Hormuz.
E proprio in merito alle tensioni su questo importante tratto di mare, sebbene il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi abbia assicurato che lo stretto "non sarà chiuso", Teheran "non può garantire la loro sicurezza" e le navi di "Stati Uniti e di Israele saranno prese di mira dalle forze armate iraniane", alimentando la crisi nel passaggio essenziale per i traffici commerciali ed energetici globali.