TEHERAN - Mentre il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele entra nel suo decimo giorno, la risorsa più a rischio non è più soltanto il petrolio, ma l’acqua potabile. Secondo gli analisti citati dal Wall Street Journal, la regione del Golfo Persico sta scivolando verso una crisi umanitaria senza precedenti a causa degli attacchi alle infrastrutture di desalinizzazione, considerate la “linea della vita” per milioni di persone. 

L’allarme è diventato realtà nelle ultime 48 ore. Un attacco ha colpito l’impianto di desalinizzazione sull’isola iraniana di Qeshm, lasciando oltre 30 villaggi senza approvvigionamento idrico. 

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha puntato il dito contro gli Stati Uniti, definendo il raid un “crimine palese” e un precedente pericoloso. Alcune fonti israeliane avevano inizialmente attribuito l’azione agli Emirati Arabi Uniti come ritorsione ai droni iraniani su Dubai, ma Abu Dhabi ha smentito categoricamente definendo la notizia una “fake news” e ribadendo di non voler colpire infrastrutture civili. 

La vulnerabilità della regione deriva da una dipendenza quasi assoluta dalla desalinizzazione (spesso tramite osmosi inversa). I numeri descrivono una fragilità estrema, con il Kuwait che dipende dalla desalinizzazione per il 90% del proprio fabbisogno di acqua potabile, seguito dall’Oman all’86% e da Israele all’80%. In Arabia Saudita la quota si attesta al 70%, mentre la situazione appare leggermente più stabile negli Emirati Arabi Uniti che, grazie a maggiori riserve sotterranee, dipendono da questa tecnologia per il 42%. 

Molti di questi impianti sono integrati con centrali elettriche: colpire la rete energetica significa, di fatto, paralizzare anche la produzione idrica. Negli ultimi giorni, danni collaterali a strutture energetiche e portuali sono stati segnalati in Kuwait, Bahrain e Qatar. Proprio il Bahrain ha denunciato un attacco di droni iraniani contro una propria struttura idrica, confermando che la strategia di colpire le “lifeline” civili è ormai in atto da entrambe le parti. 

Con oltre il 40% della capacità mondiale di desalinizzazione concentrata nel Golfo, gli esperti ritengono che l’acqua sia diventata la leva negoziale più potente. Se i grandi impianti venissero messi fuori uso massicciamente, le metropoli del deserto collasserebbero in pochi giorni. Finora Teheran ha evitato un attacco totale alle strutture dei vicini per timore di spingere l’intera coalizione del Golfo a un intervento militare diretto, ma il raid a Qeshm ha rotto un tabù pericoloso, trasformando l’acqua nell’obiettivo sensibile del 2026.