TEHERAN - L’offensiva statunitense contro l’Iran entra in una nuova fase operativa: la “guerra delle isole”. Nel mirino del Centcom non ci sono solo i bunker sulla terraferma, ma l’intera rete di avamposti marittimi che permette a Teheran di tenere in ostaggio il 20% del traffico energetico mondiale.
Controllare queste isole significa per gli Stati Uniti non solo riaprire il vitale Stretto di Hormuz (dove transita un quinto del petrolio e del gas mondiale), ma infliggere un colpo mortale all’economia della Repubblica Islamica.
Sotto i riflettori da settimane, l’isola di Kharg è il bersaglio prioritario. Situata a 55 km da Bushehr, in un’area di acque profonde che permettono l’attracco delle superpetroliere, Kharg convoglia il 90% delle esportazioni di greggio iraniano.
Dopo un primo raid il 13 marzo che ha colpito 90 obiettivi militari, il Wall Street Journal riporta che nelle ultime ore gli Usa hanno centrato altri 50 siti sull’isola di Kharg.
Con una capacità di stoccaggio di 30 milioni di barili, di cui 18 milioni presenti il mese scorso, questa “isola proibita” resta rigidamente sorvegliata dai Pasdaran, ma un attacco diretto alle sue infrastrutture di carico, finora evitato, rischierebbe di far schizzare il prezzo del greggio a 150 dollari al barile.
Se Kharg è il portafoglio dell’Iran, le isole dello Stretto ne sono la corazza militare. L’isola di Larak viene utilizzata come un vero e proprio posto di blocco che obbliga le navi a passare in un “corridoio sicuro” vicino alla costa. Secondo Lloyd’s List, il transito in queste acque è arrivato a costare ad alcune imbarcazioni fino a 2 milioni di dollari di pedaggio.
Poco distante si trova Qeshm, la più grande isola del Golfo con i suoi 1.400 chilometri quadrati. Nonostante sia un paradiso di biodiversità riconosciuto dall’Unesco, ospita una “città missilistica” sotterranea con sottomarini e batterie costiere, fungendo da fulcro della guerra asimmetrica iraniana.
Completa il quadro strategico l’isola di Hormuz, antica potenza marittima nota come “isola arcobaleno” per le sue caratteristiche terre rosse e dorate, che rappresenta ancora oggi il simbolo storico del controllo persiano sul passaggio marittimo.
La tensione è altissima anche sulle tre isole amministrate dall’Iran ma rivendicate dagli Emirati Arabi Uniti. Abu Musa funge da quinta colonna difensiva nel cuore dello Stretto e il Pentagono starebbe valutando un’operazione militare per rimuovere le postazioni iraniane e restituire la gestione, almeno parziale, agli alleati del Golfo.
Poco distanti si trovano le isole Tunb Maggiore e Minore, rocce fortificate con sistemi di droni e mine navali; in particolare, la Tunb Minore è nota per essere infestata da serpenti velenosi, un ostacolo naturale che si somma alle già presenti difese missilistiche.
Nemmeno le perle turistiche sono state risparmiate: Kish, la zona franca del lusso accessibile senza visto, ha visto colonne di fumo alzarsi dai suoi centri commerciali in seguito a raid mirati. Poco lontano, la piccola Hengam assiste in silenzio al conflitto: famosa per le sue pescatrici velate, è un unicum sociale che rischia di sparire sotto il peso della militarizzazione.