ROMA - Lo Stretto di Hormuz è chiuso o aperto? Se guardiamo ai fatti, la risposta è netta: le navi non transitano più. Eppure, dal punto di vista formale e giuridico, la questione resta un terreno di scontro accesissimo, alimentato da contenziosi assicurativi e dalle macerie di ciò che resta del diritto internazionale. 

Al centro della disputa c’è il rimpallo di responsabilità tra Teheran e Washington. La missione iraniana presso l’Onu ha definito “assurda e infondata” l’accusa di aver chiuso lo stretto, ribadendo la propria fedeltà alla libertà di navigazione. Secondo la narrazione di Teheran, i veri violatori del diritto sarebbero gli Stati Uniti e Israele. 

A sostegno di questa tesi, l’Iran cita un episodio avvenuto a circa 2.000 miglia dalle proprie coste: l’affondamento della fregata Dena da parte di un sottomarino statunitense in acque internazionali, costato la vita a oltre 100 marinai. Un attacco definito “sconsiderato” e privo di preavviso, che per Teheran rappresenta la prova che la sicurezza marittima è messa a repentaglio unicamente dall’azione statunitense. 

Sul fronte opposto, la realtà industriale ha già preso una posizione definitiva. Sindacati e compagnie mondiali, dopo una riunione d’urgenza, hanno ufficialmente designato lo Stretto di Hormuz, il Golfo di Oman e il Golfo Persico come “aree di operazioni belliche”. 

Questa decisione comporta conseguenze pesanti, con circa mille imbarcazioni rimaste bloccate tra i due golfi e impossibilitate a procedere. A paralizzare il commercio è soprattutto il nodo assicurativo, poiché il rischio è considerato troppo alto per qualsiasi armatore e resta l’incertezza cruciale sulla copertura delle polizze attuali per i transiti in zone di guerra. A complicare ulteriormente il quadro intervengono le dichiarazioni dei Guardiani della Rivoluzione, che rivendicano il pieno controllo dello stretto. 

Le rassicurazioni che arrivano dalla Casa Bianca, per ora, faticano a sbloccare la situazione. La portavoce Karoline Leavitt ha annunciato su X che il presidente incaricherà la Marina statunitense di scortare le petroliere, se necessario. Per mitigare il problema dei costi, Trump ha inoltre promesso che la United States Development Finance Corporation fornirà assicurazioni contro i rischi politici a “prezzi ragionevoli” per le navi cargo e le petroliere che operano nell’area. 

Indipendentemente da chi si assumerà la responsabilità formale della chiusura, l’impatto economico è già realtà. Il blocco di Hormuz sta provocando un’impennata nei prezzi di petrolio e gas, con ripercussioni immediate anche sulle materie prime industriali, a partire dall’alluminio. Il cuore energetico del mondo è fermo, e la scorta militare sembra al momento l’unica, difficile opzione per riaprire i flussi.