C’è un’immagine che più di ogni altra restituisce il senso dell’intervista con Alfio Antico: il tamburo come scudo. Non un semplice strumento, ma una protezione, una compagnia fedele, quasi un’estensione del corpo. “Il tamburo per me è stato proprio la mia compagna più fedele al mondo”, racconta ai microfoni di Rete Italia. E aggiunge, con una metafora potente e sorprendente: “È come se fosse una tetta di mia madre che mi ha insegnato come mangiare”.

Parole viscerali, che spiegano meglio di qualsiasi analisi tecnica il rapporto profondo tra l’artista siciliano e la sua musica.

L’ultimo disco di Alfio Antico, La macchia, è un progetto nato dall’incontro tra un musicista e un produttore, Go Dugong, proveniente da mondi musicalmente lontani, ma capaci di dialogare con la sua identità sonora. L’idea è partita quasi per caso, grazie a Giulio Fonseca, in arte Go Dugong, amico del figlio di Antico, Mattia: “Mi ha chiesto se potevo collaborare per un brano e ho detto: ma sì, con piacere”. Da lì, col tempo, è nata l’idea di un album “un po’ così elettronico”, che si muove tra scrittura e improvvisazione. L’improvvisazione, però, non è un elemento casuale: è il cuore pulsante del progetto. “È nata dopo, quando abbiamo registrato”, spiega. Ed è lì che la musica di Antico torna inevitabilmente alla sua origine: “Viaggiare anche sulla mitologia, sulla mia cultura... come il mare che non è mai uguale: spesso è calmo, spesso è violento”.

Il punto di partenza resta però sempre il tamburo. Ma nel caso di Alfio Antico non si tratta di un tamburello tradizionale: è uno strumento personale, unico. “Il mio tamburo è uno strumento vero e proprio, non è un tamburello”, precisa. Alfio Antico è profondamente immerso nella tradizione popolare, ma nei decenni di carriera è stato capace di superarla, trasformarla, reinventerla, sempre con rispetto, cura e studio. E lo fa mediante un percorso lungo, che ha attraversato la storia della musica, suo il tamburo in Don Raffaè di Fabrizio De Andrè, ma passa anche per il teatro e per esperienze musicali diverse: “Ho sviluppato tutte le tecniche della sonorità, grazie ai miei tamburi”.

Nella sua storia, il tamburo nasce dalla terra e dalla vita quotidiana. Il primo tamburo che Alfio Antico ha costruito è stato fatto con la pelle di una pecora. “Fu mio zio ad aiutarmi”, ricorda. La pecora si chiamava Barulè: “Barulè vuol dire baronessa”. Un animale bello, forte, che dopo la morte è diventata materia sonora. “Se le mettiamo nella calce facciamo un bel tamburo”, gli disse lo zio. E così nacque il primo strumento, realizzato con un setaccio della nonna.

Dietro questo racconto c’è una fotografia molto viva di una Sicilia rurale che oggi sembra lontanissima, ma che per Antico resta la matrice di tutto. “Io sono stato sempre legato alla natura”, dice. E racconta anche la durezza della sua infanzia: il padre malato, la necessità di fare il pastore, la povertà. “Io ho dovuto affrontare quel mestiere, ma il mio sogno era questo di fare il musicista”. Un sogno che oggi considera realizzato. Eppure la sua musica non è nostalgia. È memoria viva, trasformata in linguaggio contemporaneo. Anche quando incontra l’elettronica, Antico non perde mai il contatto con la terra. Anzi, lo rivendica con orgoglio. “Io mi vergognavo a parlare da dove vengo”, confessa, ma oggi quella radice è la sua forza. I suoi tamburi li costruisce lui stesso e nessuno può riprodurli. “Nessuno sa suonare i miei tamburi”, afferma. Ne ha venduti pochissimi, perché per lui sono quasi oggetti sacri.

La sua ispirazione arriva dai campi: “Quando il frumento fa le onde io cerco di seguirlo col braccio sinistro”. È un gesto poetico e impossibile insieme, ma che descrive perfettamente la sua estetica: la musica come imitazione della natura, come tentativo di inseguire un ritmo che esiste prima dell’uomo.

Nel suo modo di suonare, il braccio sinistro ha un ruolo centrale. “Quello che comanda è il sinistro”, spiega, “al momento che fa divertire il destro”. Quando i due si incontrano, nasce la magia. E la spiegazione che ne dà è sorprendentemente carnale: “È come fare l’amore”, dice. “Se li fai accarezzare tutti e due... hai il suono senza dare fastidio”.

È in questo equilibrio che nasce la dimensione teatrale dei suoi concerti. Antico appare sul palco come un guerriero arcaico, con il tamburo stretto al corpo, quasi fosse una protezione. Non a caso lui stesso conferma la metafora: “È come uno scudo”. Uno scudo che protegge “il petto dalla parte del cuore e la pancia”. Il tamburo diventa lotta, resistenza, disciplina.

Nei prossimi giorni Alfio Antico sarà in Australia al WOMAD di Adelaide, dove suonerà nel corso del festival venerdì 6 marzo, sabato 7 marzo e lunedì 9 marzo. Promette uno spettacolo intenso e potente. “Sarà bellissimo”, dice con entusiasmo. “Sarà tutto giocato su un’improvvisazione, dove però tutti sul palco sappiamo dove portare la nostra musica”. Un gioco di libertà e rigore, dove i musicisti si inseguono: “Loro mi vengono dietro e io vado dietro loro”.

Alla fine dell’intervista arriva una riflessione amara sullo stato della musica popolare in Italia. Antico non usa mezzi termini: “La vedo un po’ forzata, un po’ persa”. Secondo lui si è smarrita la verità, sostituita da un tendenza a essere sempre immersi in stilemi sempre ripetitivi, bloccati in stereotipi musicali sempre uguali e fermi nel tempo. “La vedo fredda, la copia della cartoline. Non c’è l’amore, non c’è verità”.

E conclude con una frase che suona come un manifesto: “La tradizione, a volte dico, non la conosco, nessuno ce la insegna, quello che  la crea sei tu”. Non è qualcosa da imitare, ma da vivere, respirare, incarnare. Perché senza quella vita, senza quella terra, la musica popolare rischia di diventare soltanto una maschera.

Alfio Antico, invece, quella maschera l’ha sempre rifiutata. Nel suo tamburo ci sono le masserie, la terra, l’aia, la ricotta venduta al mercato di Lentini, il paese in provincia di Catania dov’è nato, le voci degli ambulanti. C’è la Sicilia profonda, ma c’è anche un futuro possibile. Un futuro dove la tradizione non è una cartolina, ma un battito  di tamburo, vero, reale, umano, irripetibile.