I grandi classici non si toccano: l’espresso e il cappuccino. Restano lì, familiari, quasi indiscutibili, come certi gesti che non hanno bisogno di essere spiegati. Eppure, intorno alla tazzina più italiana che ci sia, qualcosa sta cambiando. Basta guardare cosa succede quando si entra in un bar, si accende una macchina del caffè a casa o, più semplicemente, si cerca qualcosa online. Accanto all’espresso cominciano a comparire nomi un tempo poco familiari: flat white, caffè filtro, café au lait. Non è detto che siano destinati a conquistare stabilmente le nostre abitudini, ma raccontano una curiosità nuova. Gli italiani vogliono sapere che cosa c’è dall’altra parte della tazzina, come si prepara un caffè diverso, quale sia la differenza tra una bevanda e l’altra. Il caso più curioso è forse quello del flat white, una preparazione di origine australiana che negli ultimi tempi ha attirato molta attenzione anche in Italia. È un caffè dal gusto deciso, accompagnato da latte caldo e da una sottile schiuma, meno abbondante di quella del cappuccino. Una formula semplice, ma abbastanza diversa dal nostro repertorio tradizionale da suscitare domande, confronti e tentativi domestici.
Cresce anche la curiosità per il caffè filtro, quello che si prepara lasciando passare lentamente l’acqua attraverso il caffè macinato, e per il café au lait. Sono modi diversi di intendere la stessa bevanda: meno legati alla rapidità del bancone, più alla lentezza della preparazione. È come se, proprio mentre il mondo del caffè si riempie di nuove possibilità, tornasse il piacere di fermarsi a guardare come nasce ciò che stiamo per bere. Ma non bisogna farsi ingannare dalle mode. Nel quotidiano, l’Italia continua a essere un Paese profondamente fedele al suo caffè. La maggior parte degli adulti lo beve ogni giorno e per molti la tazzina non è soltanto una maniera di iniziare la giornata. È una pausa, una ricompensa, un’abitudine rassicurante, qualche minuto sottratto alla fretta. Il primo appuntamento resta quello del mattino. Il caffè arriva presto, spesso insieme alla colazione, quando la giornata deve ancora prendere forma. Poi può tornare a metà mattina, nel pomeriggio, dopo pranzo o dopo cena. Cambia l’orario e cambia anche il significato. Il caffè della mattina appartiene al risveglio; quello dopo pranzo ha quasi il valore di un punto fermo; quello preso con qualcuno può diventare una conversazione. È questa capacità di cambiare senza perdere la propria identità a spiegare, probabilmente, la longevità del rito.
Il caffè italiano è una cosa seria, ma non sempre viene bevuto per una ragione seria. Può servire a svegliarsi, certo, ma anche a prendere fiato. Può essere necessario, ma soprattutto piacevole. E in molti casi è proprio la pausa, più ancora della caffeina, ciò che si cerca. Anche per questo la casa sta assumendo un ruolo sempre più importante. Negli ultimi anni molti italiani hanno aumentato il consumo domestico, ma non soltanto perché preparare un caffè tra le proprie mura può essere più conveniente. A casa si può scegliere il momento, la quantità, il tipo di preparazione. Si può fare in fretta oppure prendersela comoda. Si può bere in piedi, davanti alla finestra, o seduti al tavolo con il giornale, con un libro o semplicemente con i propri pensieri. La moka, in questo senso, rimane un oggetto difficilmente sostituibile nell’immaginario italiano. Ha il rumore, l’attesa e soprattutto quel profumo che arriva prima ancora che il caffè sia pronto. Non è soltanto uno strumento per preparare una bevanda: è parte dell’ambiente domestico, quasi un piccolo orologio della casa. Il suo borbottio annuncia che la pausa è arrivata. Non sorprende allora che proprio la moka continui a suscitare una forte curiosità anche online. L’Italia è il Paese che più la cerca sul web, segno di un rapporto che non è affatto puramente nostalgico.
Al contrario: un oggetto considerato tradizionale può tornare interessante proprio perché permette di riscoprire un gesto che sembrava scontato. Fuori casa, invece, il caffè ha un’altra personalità. Il bar non è semplicemente il luogo dove si beve qualcosa: è uno spazio di passaggio e di incontro. Si entra per pochi minuti, spesso si conosce qualcuno, si scambiano due parole, si osserva il movimento della strada. Il bancone permette una socialità minima, quasi istantanea, che appartiene da sempre alla vita italiana. È forse questa la differenza più interessante tra il caffè bevuto a casa e quello preso al bar. Il primo può essere un modo per stare con se stessi; il secondo, anche quando dura soltanto il tempo di una tazzina, mette in relazione con gli altri. Non sono abitudini in concorrenza. Sono due facce dello stesso rito.
E la colazione fuori casa rende questa differenza ancora più evidente. Un tempo poteva essere soprattutto una necessità, una parentesi prima di andare al lavoro. Oggi può diventare un appuntamento. Ci si incontra per un cappuccino e una brioche, si fa una riunione informale, si chiacchiera nel fine settimana. Persino il semplice gesto di sedersi davanti a una tazzina può trasformare una commissione quotidiana in un piccolo momento di socialità. Il caffè, insomma, sembra essersi preso una libertà che un tempo non aveva: quella di essere diverso a seconda delle circostanze. Può essere veloce o lento, solitario o conviviale, tradizionale o curioso. Può essere la moka di casa oppure una preparazione scoperta in viaggio e poi replicata nella propria cucina. Può restare fedele all’espresso oppure sperimentare qualcosa di nuovo. In fondo, è sempre stato così. L’espresso che oggi consideriamo un simbolo immutabile della nostra cultura è il risultato di una lunga evoluzione. Prima che diventasse il caffè rapido e concentrato che conosciamo, il caffè veniva preparato attraverso sistemi più lenti, per infusione o decozione. Le prime macchine comparse nei locali cambiarono progressivamente il modo di consumarlo, fino a rendere possibile quella combinazione di pressione, velocità e ritualità che avrebbe trasformato il bar italiano.
All’inizio del Novecento arrivarono le innovazioni decisive, e con esse una nuova idea di consumo: il caffè non doveva più richiedere una lunga attesa. Poteva essere preparato davanti al cliente e bevuto quasi nello stesso momento. Da allora l’espresso è diventato una delle parole italiane più riconoscibili nel mondo, e non soltanto per indicare una bevanda. È diventato un modo di stare nello spazio pubblico: pochi minuti, una tazzina, qualche parola e poi di nuovo in movimento. Oggi, però, proprio mentre il mondo accelera, il caffè sembra offrirci entrambe le possibilità. Quella della rapidità, fedele alla tradizione del bancone, e quella della lentezza, che passa dalla preparazione domestica e dalla scoperta di nuovi modi di bere.