TEHERAN - Il recente blitz degli Stati Uniti in Venezuela, culminato con la cattura di Nicolás Maduro e il suo trasferimento in un carcere di Brooklyn, ha proiettato un’ombra inquietante sui palazzi del potere di Teheran. Secondo Farian Sabahi, professoressa associata di Storia contemporanea all’Università dell’Insubria, intervistata dall’Adnkronos, il peggior incubo della Guida Suprema Ali Khamenei è proprio quello di “fare la fine di Maduro”.
Tuttavia, la studiosa chiarisce che è “altamente improbabile” che l’Ayatollah scelga la via della fuga intrapresa dall’ex presidente siriano Assad nel dicembre 2024. A 86 anni, Khamenei preferirebbe il martirio alla fuga, desiderando passare alla storia come colui che si è sacrificato in nome della Repubblica Islamica, emulando la figura dell’Imam Hossein.
A differenza del deposto leader venezuelano, Khamenei può ancora contare sulla solida protezione dei Pasdaran, sebbene la loro invulnerabilità sia stata scalfita. Sabahi ricorda come l’infiltrazione del Mossad sia ormai un dato di fatto, citando la “strage dei Pasdaran” dello scorso giugno.
Nonostante l’Iran non sia geograficamente accessibile come il Venezuela, le minacce di un intervento statunitense pesano psicologicamente sul regime. Durante la “guerra dei 12 giorni” contro Israele, Khamenei era sparito dai riflettori, rifugiandosi in un bunker, segnale di una fragilità percepita che oggi si rinnova di fronte alle minacce di Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
Mentre le proteste esplose il 28 dicembre per il carovita si allargano alla società civile e agli studenti universitari, la “piazza” iraniana continua a soffrire per l’assenza di una leadership definita. Sabahi, autrice di Noi, donne di Teheran (Jouvence), invita alla cautela riguardo ai messaggi diffusi dai media della diaspora: sebbene circolino slogan a favore di Reza Ciro Pahlavi, il primogenito dell’ultimo scià, il suo nome evoca sentimenti contrastanti.
Da un lato la nostalgia per lo splendore del regno persiano, dall’altro il ricordo delle torture della Savak (la polizia segreta) e delle disuguaglianze sociali che portarono alla rivoluzione del 1979. Lo stesso Pahlavi, pur dicendosi pronto a guidare la transizione, ha chiarito di non voler vivere stabilmente in Iran, avendo ormai radicato i propri affetti negli Stati Uniti.
Un ulteriore elemento di instabilità è il rischio di nuovi raid israeliani, già paventati durante l’ultimo vertice a Mar-a-Lago tra Trump e Netanyahu. L’esperienza di giugno ha mostrato come i bombardamenti sui quartieri residenziali di Teheran e sui depositi di carburante possano avere un effetto paradossale. Di fronte alle bombe, l’opinione pubblica tende a unirsi attorno al regime per spirito di sopravvivenza.
Inoltre, i raid che hanno colpito civili e persino carceri come quello di Evin, hanno causato la morte di prigionieri politici invece della loro liberazione, rendendo gli iraniani molto scettici a proposito di un “aiuto” militare dall’esterno.
In questo clima, la diaspora vede le minacce di Trump come un sostegno necessario per fermare la repressione dei manifestanti, ma chi vive in Iran teme che queste promesse si trasformino in nuove macerie, sventrando ulteriormente una società già stremata dalla crisi economica e dall’isolamento internazionale.