TAIPEI - Il blitz militare con cui gli Stati Uniti hanno catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro, trasferendolo a New York per il processo, ha generato un’onda d’urto che ha raggiunto le coste di Taiwan. A migliaia di chilometri dall’America Latina, l’operazione ha riaperto un dibattito sensibilissimo: fino a che punto l’azione statunitense contro un leader sovrano può diventare un precedente? E soprattutto, esiste un parallelismo teorico tra questo intervento e la pressione che la Cina esercita sull’isola democratica? 

All’interno del Kuomintang (Kmt), il principale partito d’opposizione più incline al dialogo con Pechino, la mossa di Washington è stata accolta con profonda preoccupazione. Il vicepresidente del Kmt, Hsiao Hsu-tsen, ha accusato gli Stati Uniti di aver calpestato l’ordine internazionale basato sulle regole.  

Durante un intervento televisivo, Hsiao ha suggerito che la cattura di Maduro e della moglie Cilia Flores rappresenti l’imposizione della legge interna Usa su uno Stato sovrano. “Vi suona familiare?”, ha chiesto Hsiao in un video diventato virale, ipotizzando che se la Cina decidesse di applicare le proprie leggi nello Stretto di Taiwan tramite ispezioni della Guardia Costiera, potrebbe paradossalmente richiamarsi allo stesso principio di autorità esercitato da Trump. 

Sulla stessa linea, il deputato Lai Shih-pao che ha denunciato un “doppio standard” diplomatico, chiedendo in Parlamento perché Taipei non condanni l’azione statunitense con lo stesso vigore usato per l’invasione russa dell’Ucraina: “Questa non è forse un’aggressione?”, ha incalzato rivolgendosi al ministero della Difesa. 

Di contro, il governo guidato dal Partito Democratico Progressista (Dpp) mantiene una linea prudente ma ferma. Il ministero degli Esteri si è limitato ad auspicare una transizione democratica pacifica per Caracas, ma dietro le quinte l’amministrazione di Lai Ching-te legge l’evento in modo opposto all’opposizione. 

Per Taipei, la Cina assomiglia al Venezuela più per la natura autoritaria del sistema che per la posizione geografica. In quest’ottica, l’azione di Donald Trump invierebbe un messaggio di deterrenza potentissimo a Xi Jinping: la dimostrazione che Washington è disposta ad agire concretamente per difendere i propri interessi vitali. 

Questa frattura ideologica ha conseguenze pratiche immediate. L’opposizione continua, infatti, a bloccare il piano del presidente Lai per un budget straordinario da 40 miliardi di dollari destinato alla difesa. Il fondo, concepito per realizzare il T-Dome (un sofisticato sistema di difesa aerea multilivello), è ritenuto essenziale per scoraggiare un’invasione cinese, ma resta ostaggio della battaglia parlamentare proprio mentre gli Usa hanno annunciato nuove vendite di armi a Taiwan per 11 miliardi di dollari. 

Nonostante i timori evocati dal Kmt, l’opinione pubblica taiwanese non sembra aver recepito l’analogia venezuelana come una minaccia immediata. Persino testate vicine a Pechino, come il China Times, ammettono che un’operazione di “decapitazione” contro Taiwan sarebbe incomparabilmente più difficile. 

In primo luogo, Taiwan dispone di sistemi radar e missilistici avanzati, a differenza dell’apparato venezuelano, ma anche perché, un attacco contro l’isola innescherebbe l’intervento diretto di Usa e Giappone, oltre a sanzioni devastanti per l’economia globale. 

Mentre Pechino liquida il caso Venezuela come una questione esterna e Taiwan come “affare interno”, sui social cinesi il dibattito infuria. Centinaia di milioni di visualizzazioni testimoniano come l’azione rinvigorita di Washington venga osservata con estrema attenzione da entrambe le sponde dello Stretto, ridefinendo i confini di ciò che è ritenuto possibile nello scacchiere internazionale del 2026.