Strade ghiaiose, il rumore dei motori, una videocamera sempre accesa. E tre ragazzi convinti che il mondo fosse abbastanza grande da contenere tutti i loro sogni. Sedici anni dopo, quelle immagini tornano a raccontare amicizia e perdita, e un viaggio che ha attraversato tre continenti, affrontando il potere del tempo.

È Sand Roads, il documentario di Gabriele Gianni e Lorenzo Conte presentato nell’ambito della nuova edizione del ST. ALi Italian Film Festival, nato dalle oltre duecento ore di immagini girate da Valerio De Simoni, Jamie Kenyon e Kris ‘Ted’ Davant durante la loro incredibile avventura del 2010.

Il progetto prende forma proprio da quel prezioso materiale d’archivio, rimasto per anni insieme al diario di Valerio.

Nel 2010 i tre amici erano partiti da Istanbul per attraversare l’Europa, raggiungere la Sicilia e la Tunisia e proseguire attraverso l’Africa orientale fino al Malawi, con l’obiettivo di percorrere 50mila chilometri in quad, battere un Guinness World Record e raccogliere fondi per combattere la povertà globale.

Un’impresa vissuta come un rito di passaggio verso l’età adulta, tra paesaggi straordinari, nuove culture, imprevisti e tensioni sempre più difficili da ignorare.

Poi, in Malawi, l’incidente che interrompe brutalmente quel viaggio e la vita di Valerio. Jamie e Ted torneranno nel 2011 per completare il percorso e conquistare il record, solo per quell’amico che non c’è più.

“Lo spunto di partenza è stato sicuramente il materiale d’archivio che Valerio, Ted e Jamie avevano raccolto durante questa incredibile avventura attraverso tre continenti – racconta Lorenzo Conte –. Avevano deciso di documentare tutto, tenendo sempre accesa quella piccola telecamera che si erano portati dietro come una vera compagna di viaggio. La usavano nei momenti di solitudine, di esaltazione, ma anche durante le crisi. Ci ha colpito proprio la natura di quelle immagini: erano grezze, spontanee, a volte imperfette, ma per questo estremamente autentiche. Guardandole abbiamo capito che quel materiale aveva il potenziale per diventare qualcosa di molto più ampio del semplice racconto di un viaggio”.

L’accesso a quelle immagini, continua Conte, è stato possibile grazie a Vittoria Pasquini, la madre di Valerio, e ha dato il via a un lungo percorso di sviluppo che ha coinvolto anche i tre produttori italiani e australiani – Sally Browning, Michael Wrenn e Alessandro Borrelli –, trasformando Sand Roads in una coproduzione internazionale.

“Nei materiali c’era anche un altro tesoro: il diario di Valerio – spiega Gabriele Gianni –. È stato questo a farci appassionare ancora di più alla storia, perché il racconto si sviluppa su due piani. Da una parte c’è il piano visivo, con le immagini registrate durante il viaggio e persino quelle riprese dalla piccola videocamera montata sul casco; dall’altra c’è il piano letterario, che permette di entrare nei pensieri di Valerio e di guardare la stessa esperienza da un’altra prospettiva”.

Un’immagine dal docufilm Sand Roads, i tre viaggiatori raggiungono il deserto del Sahara

Il diario rivela infatti un viaggio molto più intimo di quello tracciato sulle mappe.

“Racconta anche un viaggio interiore – osserva Conte –. Valerio era un ragazzo con una doppia identità: era nato a Sydney, ma aveva una cultura fortemente italiana. Come tanti giovani intorno ai vent’anni, si trovava in un momento di passaggio, cercando di diventare adulto, con le proprie fragilità e le proprie aspirazioni. Era una persona molto attiva, impegnata anche in progetti di solidarietà e ambientalismo, ma aveva allo stesso tempo delle zone d’ombra. È stata proprio questa dimensione personale a colpirci maggiormente”.

È attraverso quelle pagine che il film permette anche alle nipoti di Valerio, Emer ed Elena, di avvicinarsi alla figura dello zio.

“Anche loro, seppure in età diverse, stanno attraversando quel passaggio verso l’età adulta che Valerio raccontava nel diario. In questo modo la lettura diventa una vera esperienza per loro e un’occasione per confrontarsi con la sua storia – aggiunge Gianni –. L’interazione tra le due nipoti, una che legge e l’altra che ascolta e interviene, ci ha permesso di raccontare non soltanto l’avventura, ma anche il lascito che quell’esperienza ha avuto su un’intera comunità e, soprattutto, su chi vive la perdita di una persona cara attraverso i racconti e i ricordi degli altri”.

Sand Roads nasce così dall’incontro tra un passato registrato quasi istintivamente e un presente che prova a rileggerlo.

Le immagini originali, girate con prime generazioni di GoPro e videocamere semiprofessionali, hanno una natura caotica e imprevedibile: spesso l’inquadratura è casuale, le immagini sembrano rubate e proprio per questo restituiscono la spontaneità dell’esperienza.

A queste si contrappongono le riprese contemporanee, più nitide e costruite, realizzate nel 2024 durante le testimonianze dei protagonisti. Al centro del film resta ferma la volontà dei registi di raccontare i tre ragazzi senza mitizzarli, restituendoli nella loro autenticità, nelle loro fragilità e nei conflitti che fanno parte di ogni esperienza umana.

“Per quanto possibile abbiamo cercato di mostrare anche i litigi e le zone d’ombra, perché questa è la vita. Il film parla di un viaggio, ma dentro quel viaggio ci sono sentimenti che appartengono a tutti: felicità, tragedia, perdita e poi la possibilità di ritrovarsi – racconta Conte –. La storia di Vittoria Pasquini, poi, mostra soprattutto come sia possibile non soccombere al dolore, ma trasformarlo in qualcosa che guarda al futuro e permette di continuare a vivere”.

Un messaggio che i registi vorrebbero arrivasse anche ai più giovani: “È un film che, oltre al lutto, parla del suo superamento – sottolinea Gianni –. E speriamo che possa spronare all’avventura, ad affrontare la vita, a superare gli ostacoli e ad andare oltre la bolla che ci stiamo costruendo”.