A volte la storia non torna a galla attraverso un documento solenne o una fotografia ingiallita. Basta un fazzoletto. Un piccolo quadrato di stoffa dipinto a mano, rimasto per decenni dall’altra parte del mondo, può diventare il filo d’Arianna capace di attraversare una guerra, un oceano, famiglie disperse e quasi mezzo secolo di silenzio. È quello che è accaduto a Mario Scanu, prigioniero di guerra italiano in Australia. E alla fine di questo lungo viaggio, qualcuno è riuscito persino a riportarlo a casa. La storia comincia nell’estate del 2025, quando Emma Haynes entra in contatto con la storica australiana Joanne Tapiolas, da anni impegnata nella ricerca sulla vicenda dei prigionieri di guerra italiani in Australia.
“Emma mi scrisse dicendomi che aveva ereditato un oggetto appartenuto alla sua prozia, un’infermiera dell’esercito australiano che lo aveva ricevuto in dono da un prigioniero italiano nel campo di Hay. Era un fazzoletto dipinto”.
Una fotografia basta a Joanne per capire che dietro quell’oggetto c’è una storia ancora tutta da raccontare. Sul fazzoletto compare infatti il nome di Mario, insieme alle indicazioni tipiche che i prigionieri italiani lasciavano sui manufatti realizzati durante la detenzione.
“Grazie a quella fotografia sono riuscita a identificarlo. Ho verificato che Mario si trovasse effettivamente nel campo di Hay nel periodo indicato”.
Mario Scanu era nato il 26 giugno 1917 a Fluminimaggiore, nel Sulcis-Iglesiente, figlio di Giuseppe, minatore, e Filomena Manca. Era stato catturato in Libia il 4 gennaio 1941 e trasferito nei territori controllati dagli Alleati. La sua prigionia, fino a quel momento ordinaria, cambia bruscamente quando viene coinvolto in una rissa tra prigionieri e accoltellato. Le cartelle cliniche parlano di un uomo ricoverato “in pericolo di vita”.
È nell’ospedale del campo di Hay che incontra Doreen Massick, infermiera dell’esercito australiano. Ed è probabilmente lì che nasce il gesto destinato a sopravvivere a entrambi: Mario dipinge un fazzoletto e glielo regala come segno di gratitudine per le cure ricevute.
“Il fazzoletto era stato donato a un’infermiera che gli aveva dimostrato gentilezza”, racconta Tapiolas.
Doreen conserva il fazzoletto per tutta la vita. Prima di morire, chiede ai familiari di farlo avere alla famiglia dell’uomo che glielo aveva donato. Ed è qui che la vicenda prende una piega quasi romanzesca.
“Mi chiesero se fosse possibile trovare un museo disposto ad accoglierlo”, racconta Joanne. Ma il piccolo manufatto presenta anche una svastica dipinta in un angolo. I musei contattati si dichiarano disponibili a riceverlo, ma soltanto per conservarlo negli archivi, alla luce delle norme australiane sull’esposizione dei simboli d’odio.
Restava dunque una possibilità: trovare la famiglia di Mario. La ricerca, però, si rivela una corsa a ostacoli. Joanne tenta diverse strade, alcune si interrompono. Poi, nel marzo 2026, decide di rivolgersi a Silvio Masullo.
“Gli ho raccontato tutto quello che avevo scoperto fino a quel momento. Durante il percorso mi ha fatto molte domande e insieme abbiamo costruito una sorta di racconto fotografico della storia”.
Masullo parte dalla Sardegna, seguendo le tracce di Mario e dei suoi genitori. Arrivano risposte, documenti, piccoli tasselli, ma il quadro non si completa. Alcuni enti locali collaborano, altri meno. La ricerca procede a singhiozzo.
Poi compare Caterina Eleonora Pala, pronipote di Mario. Un punto di svolta, ma non ancora la soluzione: Caterina non vedeva la famiglia Scanu da 52 anni. Sa soltanto che Mario si era trasferito con la famiglia nel Trevigiano.
“Da lì era partita una ricerca frustrante con il Comune di Treviso”, racconta Silvio. A sbloccare la situazione sono anche i social, gli articoli pubblicati, il periodico dell’ANPI Patria Indipendente e soprattutto il programma Rai Chi l’ha visto?.
“Improvvisamente mi è arrivato su Messenger un messaggio di Ignazio Scanu, il figlio più piccolo di Mario”.
Sono passati 138 giorni dall’inizio della ricerca di Silvio. Un messaggio, e il cerchio comincia finalmente a chiudersi.
Ignazio ha appena nove anni quando perde il padre. Dell’uomo che era stato Mario conserva soprattutto frammenti, ricordi familiari, parole rimaste impresse.
La ricerca, però, non si ferma al ritrovamento della famiglia. Il viaggio prosegue a ritroso, fino alla Sardegna. Ignazio torna nei luoghi dai quali il padre era partito e riallaccia rapporti con parenti che non conosceva o di cui aveva perso le tracce.
“È come se avesse riportato suo padre a casa, in Sardegna”, asserisce Joanne.
“Credo che sia soprattutto una storia di riconnessione – osserva la ricercatrice –. In Australia c’è una grande comunità di origine italiana e, con il passare delle generazioni, alcune famiglie hanno perso parte del legame con le proprie origini”.
All’inizio del prossimo anno sarà proprio Joanne a portare materialmente il fazzoletto in Italia, durante un viaggio già programmato. Lo consegnerà alla famiglia Scanu.
E così quel piccolo dipinto, nato nel dolore della prigionia e custodito per oltre ottant’anni dall’altra parte del mondo, tornerà finalmente nella terra di Mario. Sarà l’ultimo capitolo di una storia rimasta sospesa dal tempo della guerra.
Così un filo sottile, tenuto insieme da memoria, ostinazione e gratitudine, avrà fatto il giro del mondo per riportare un uomo a casa.’