Nell’epoca in cui la parità di genere è oggetto di discussione quotidiana - tra dibattiti televisivi, editoriali e slogan sui social - qualcuno potrebbe domandarsi se abbia ancora senso celebrare la Giornata Internazionale della donna, come da tradizione l’8 marzo. In fondo, almeno sulla superficie delle società occidentali, uomini e donne sembrano ormai godere degli stessi diritti. Ma è davvero così?
A questo interrogativo ha cercato di rispondere l’incontro tenutosi lo scorso 10 marzo a Melbourne, organizzato dal Consolato Generale d’Italia e dall’Istituto Italiano di Cultura, in collaborazione con il Com.It.Es. Victoria e Tasmania. Un appuntamento che ha unito arte, testimonianze e riflessione civile attorno a un tema di drammatica attualità: “Oltre la consapevolezza: rafforzare le risposte dei sistemi alla violenza contro le donne”.
Cuore dell’evento la proiezione del cortometraggio Fili Invisibili del regista siciliano Fabio Schifilliti, seguita da una tavola rotonda moderata da Gabrielle Marchetti, vicepresidente del Com.It.Es., con la partecipazione di Assunta Morrone, Executive Manager di InTouch Community Legal Centre, e Claudia Fatone, CEO di Women’s Legal Service Victoria.
Il cortometraggio - intenso e costruito con grande cura - intreccia le storie di due giovani donne siciliane separate da quasi settant’anni, ma unite da un tragico destino: Graziella Recupero, uccisa nel 1956, e Sara Campanella, assassinata nel 2025. Due esistenze spezzate da uomini che, almeno in apparenza, non sembrano incarnare il volto della violenza.
Il cinema di Schifilliti appartiene a quella tradizione che potremmo definire “cinema del reale”: uno sguardo lucido sulle pieghe della società e sulle contraddizioni dell’animo umano.
Eppure, come spesso accade nelle storie più autentiche, la vera fonte di ispirazione rimane la propria terra. Nei suoi lavori la Sicilia - con i suoi colori, i paesaggi e le stratificazioni culturali - diventa quasi un personaggio, una presenza silenziosa che accompagna e illumina le vicende narrate.
La genesi di Fili Invisibili affonda le radici proprio in un fatto di cronaca recente.
“Questa ragazza, Sara Campanella, che ormai è diventata un caso nazionale, è stata uccisa due giorni dopo il mio arrivo - racconta il regista -. Abbiamo notato una somiglianza impressionante tra i due casi, seppure distanti settant’anni. Entrambe erano studentesse: una si doveva diplomare, l’altra laureare”.
Una coincidenza che ha lasciato Schifilliti profondamente turbato.
“Mi ha sconvolto rendermi conto che la violenza di oggi è identica a quella di settant’anni fa. L’uomo che uccise Graziella era un poeta, una persona stimata. Scriveva poesie per lei, nessuno avrebbe mai immaginato che potesse diventare un assassino”.
La stessa apparente normalità emerge anche nella vicenda più recente. Il giovane accusato dell’omicidio di Sara era un compagno di università, descritto da tutti come un ragazzo tranquillo. I due non si sentivano da mesi: l’ultimo messaggio risaliva addirittura agli auguri di Capodanno.
Eppure, qualcosa - invisibile, quasi impercettibile - stava crescendo sotto la superficie. Secondo quanto emerso dalle indagini, nel telefono del ragazzo sarebbero stati trovati messaggi alla madre in cui confessava l’intenzione di smettere di inseguire Sara. La risposta, però, lo avrebbe spinto nella direzione opposta: “Non fermarti. Continua. Devi insistere”.
Una dinamica che apre interrogativi inquietanti su come certi modelli culturali possano alimentare, spesso inconsapevolmente, la spirale della violenza. Proprio su questo terreno si è innestata la riflessione dell’incontro.
Claudia Fatone, alla guida del Women’s Legal Service Victoria, offre uno sguardo che intreccia esperienza personale e impegno professionale. Nata in Puglia e arrivata in Australia a tre anni con la famiglia, ricorda con lucidità il primo momento in cui comprese come il genere potesse influenzare il destino di una persona.
“In quinta elementare il preside decise che le ragazze non potevano partecipare al corso di football mentre i ragazzi sì. Quella lezione mi è rimasta dentro e ha orientato molte delle scelte della mia vita”.
Da allora, spiega, il suo percorso professionale si è sviluppato con un obiettivo preciso: sostenere donne e ragazze e promuovere l’uguaglianza di genere.
Fatone sottolinea come la violenza non si manifesti soltanto nella forma più evidente, quella fisica. Spesso assume contorni più sottili - economici, psicologici, istituzionali - difficili da riconoscere ma altrettanto devastanti. Emblematica la storia di Tina, vittima di abuso economico da parte del marito. Nonostante fosse lei a mantenere la famiglia, viveva sotto un controllo costante: conti bancari monitorati, debiti imposti, un prestito intestato a suo nome nonostante avesse avvertito il broker della situazione.
“Dormiva con le chiavi della macchina sotto il cuscino per paura che il marito gliela portasse via”, ricorda Fatone.
Quando Tina trova finalmente il coraggio di lasciare la casa e informare la banca delle violenze subite, si vede proporre un piano di pagamento impossibile da sostenere. Un esempio lampante di quella che oggi viene definita violenza istituzionale.
“Quando i sistemi non riconoscono la violenza e finiscono per aggravare la situazione della vittima, anche quello diventa abuso”.
Un punto su cui ha insistito anche Assunta Morrone, Executive Manager di InTouch Community Legal Centre, organizzazione specializzata nel supporto a donne migranti e rifugiate vittime di violenza domestica.
Secondo Morrone, alla base di molte dinamiche di abuso c’è un elemento spesso sottovalutato: il potere.
“Non la cultura. Non il trauma. Non lo stress. Il potere. Riguarda chi lo possiede e chi viene punito quando prova a sottrarsi ai ruoli imposti”.
La sua riflessione affonda nelle esperienze personali di chi è cresciuto tra due mondi. “Sono stata educata a essere una brava ragazza: stare zitta, non rispondere, non portare vergogna alla famiglia. Questo significava mettere i bisogni degli altri prima della propria sicurezza”.
Quando questi modelli culturali si intrecciano con stereotipi di genere - ha osservato - il terreno diventa fertile per la violenza.
I numeri, purtroppo, confermano la gravità del fenomeno. Solo nei primi mesi del 2026 in Australia dodici donne e tre bambini hanno perso la vita per mano di uomini. Nel 2025 le vittime sono state settantotto donne e ventisette minori.
Dati che non rappresentano semplici statistiche ma storie, sogni e aspirazioni interrotte.
E allora la domanda iniziale torna con forza: ha ancora senso celebrare l’8 marzo? La risposta emerge quasi spontanea. Le mimose sono fiori splendidi, ma da sole non bastano. I riti simbolici hanno il loro valore, certo, così come possono avere, per alcuni, un loro interesse le tavole rotonde sul maschile e sul femminile della lingua italiana - dibattiti appassionati, talvolta linguisticamente molto discutibili - ma che restano comunque lontani dal cuore del problema.
La Giornata Internazionale della donna dovrebbe essere osservata con uno sguardo più ampio, quasi come una lente attraverso cui interrogare la società. Non soltanto una ricorrenza, ma un momento di riflessione autentica, di confronto civile, di dibattito pubblico. Perché la parità di genere non riguarda soltanto le donne: riguarda tutti. Le società in cui la discriminazione continua a sedimentarsi - talvolta in modo evidente, talvolta in forme più sottili - finiscono per diventare economicamente più fragili e politicamente meno stabili.
L’attualità ce lo ricorda con ostinata regolarità. Ogni giorno riaffiora l’esigenza di ribadire un principio che dovrebbe essere scontato e che invece continua a richiedere vigilanza: ciascuno di noi possiede pari dignità sociale ed è uguale davanti alla legge: senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche o di condizioni personali e sociali.
In un mondo ideale, infatti, non dovremmo avere bisogno delle cosiddette ‘quote rosa’. La parità autentica si misura altrove - nella possibilità di essere scelte per competenza, talento e visione, non per il genere. E sempre in un mondo ideale il rispetto che le donne chiedono agli uomini saprebbero offrirlo anche tra loro: sostenendosi, incoraggiandosi, evitando quelle rivalità - piccole o grandi - che ancora oggi attraversano molti ambiti della nostra vita sociale e professionale.
Perché la vera uguaglianza non nasce dalle celebrazioni rituali, ma da una trasformazione culturale lenta e profonda.
Una trasformazione che comincia dall’educazione nelle relazioni quotidiane, dalle responsabilità che decidiamo di assumerci con una partecipazione politica attiva. Allora, le domande da porsi sono quelle usate da Morrone a conclusione dell’intervento: “Cosa siete disposti a disimparare? A quale potere siete disposti a rinunciare?”.