LIMA – A poco più di cento giorni dall’insediamento – successivo alla destituzione di Dina Boluarte – il presidente ad interim del Perù José Jerí è travolto da una crisi politica ribattezzata dai media locali “Chifagate”.
La controversia ruota attorno a una serie di incontri privati che, secondo le prime indagini, sarebbero stati finalizzati a favorire un imprenditore cinese nell’assegnazione diretta di appalti pubblici, quindi senza gara, aprendo un nuovo fronte di instabilità istituzionale nel Paese.
José Jerí è finito sotto indagine preliminare da parte della Procura della Nazione e, quasi in contemporanea, il Congresso ha avviato l’iter di due mozioni di censura nei suoi confronti, mettendo a rischio la continuità del governo transitorio.
La Procura ha aperto un fascicolo per i presunti reati di traffico di influenze e patrocinio illegale di interessi, in seguito alla diffusione di notizie e immagini che documenterebbero incontri non ufficiali tra Jerí e l’imprenditore cinese Zhihua “Johnny” Yang.
Secondo quanto emerso, le riunioni si sarebbero svolte al di fuori di sedi istituzionali e non sarebbero state registrate nell’agenda ufficiale della presidenza, sollevando dubbi sulla trasparenza dell’operato del capo dello Stato ad interim.
L’indagine, attualmente in fase preliminare e coperta da riservatezza, mira a chiarire se tali incontri abbiano favorito interessi privati o se siano stati utilizzati per esercitare indebite pressioni sulle istituzioni.
La Procura ha precisato che, come previsto dalla legge per i casi che coinvolgono alte cariche dello Stato, le verifiche iniziali si svolgeranno senza dichiarazioni pubbliche dettagliate.
Parallelamente, in Congresso l’opposizione ha reagito presentando due mozioni di censura contro Jerí. I promotori accusano il presidente ad interim di aver compromesso la credibilità dell’istituzione presidenziale e di aver violato i principi di trasparenza richiesti dalla carica.
Le mozioni hanno già raccolto un numero significativo di firme e potrebbero essere calendarizzate per il dibattito nelle prossime sedute parlamentari.
Dal punto di vista costituzionale, la posizione di Jerí è particolarmente fragile. In quanto presidente ad interim, per la sua rimozione è sufficiente il voto della maggioranza assoluta del Parlamento, una soglia più bassa rispetto alla maggioranza qualificata richiesta per un presidente eletto. Questo rende l’esito del confronto politico altamente incerto.
José Jerí ha respinto le accuse, negando qualsiasi irregolarità e dichiarando di non avere intenzione di dimettersi. A suo dire, le iniziative parlamentari rientrerebbero in una strategia di destabilizzazione politica in vista delle elezioni generali, previste per questo anno.