ROMA - Si accende il confronto politico sulla riforma della giustizia al centro del referendum, con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che rilancia le ragioni del “Sì” e le opposizioni che denunciano rischi per l’equilibrio istituzionale e per i diritti dei cittadini. Al centro del dibattito non solo il merito della riforma, ma anche il clima della campagna referendaria e l’equilibrio dell’informazione.
Intervenendo nella trasmissione Quarta Repubblica su Rete4, Meloni ha sostenuto che esisterebbe un consenso più ampio tra i magistrati rispetto a quanto dichiarato pubblicamente. “Moltissimi magistrati votano sì e non lo dicono”, ha affermato, aggiungendo che alcuni eviterebbero di esporsi per timore di ripercussioni. Un elemento che, secondo la Presidente del Consiglio, solleverebbe interrogativi sul pieno esercizio della libertà di espressione sancita dall’articolo 21 della Costituzione.
Giorgia Meloni ha ribadito che un’eventuale vittoria del “No” rappresenterebbe “una legittimazione” delle criticità che il governo intende superare, citando casi di magistrati negligenti, dinamiche correntizie e decisioni giudiziarie controverse. “Invito i cittadini ad andare a votare guardando il merito della riforma - ha detto nel corso dell’intervista rilasciata a Nicola Porro - perché questa non è una riforma di destra, non è una riforma di sinistra, ma è una riforma di buonsenso e tutte le persone di buonsenso che siano di destra o di sinistra devono cogliere l’occasione di modernizzare questa nazione. Io intendo arrivare alla fine della legislatura e farmi giudicare dagli italiani sul complesso del lavoro che ho fatto quindi non avrebbe senso che io mi dimettessi anche nel caso di vittoria del No”.
Tra i punti centrali della riforma, Meloni ha indicato l’obiettivo di rafforzare meritocrazia e responsabilità nella magistratura, riducendo il peso delle correnti interne. “La corrente è fondamentalmente uno strumento di potere”, ha detto, sostenendo che il nuovo impianto favorirebbe la carriera dei magistrati “bravi” indipendentemente dalle appartenenze. La riforma, ha aggiunto, non sarebbe “contro i magistrati”, ma “per tutti i magistrati”.
La premier ha inoltre escluso dimissioni in caso di vittoria del “No”: “Non mi dimetterei perché è mia intenzione terminare il mandato, portare a termine il lavoro e confrontarmi al cospetto degli italiani, facendomi poi giudicare sul complesso del lavoro che ho fatto. Intendo arrivare alla fine della legislatura e farmi giudicare dagli italiani. Quindi, se tu oggi voti ‘No’ solo per mandare a casa la Meloni potrebbe esserci il rischio che ti tieni sia la Meloni sia una giustizia che non funziona. Non mi sembra un affarone”, concetto ribadito nel corso della partecipazione come ospite di una puntata di Pulp, il podcast condotto da Fedez e da Marra.
Molto dure le critiche delle opposizioni rispetto agli ultimi interventi della Presidente del Consiglio. Il leader degli ex grillini, Giuseppe Conte, ha accusato il governo di voler approvare una riforma “che serve a difendere la casta dei politici” dalle indagini della magistratura. In un video diffuso sui social, il presidente del M5s ha denunciato anche presunti episodi di ricerca di consenso clientelare da parte di esponenti della maggioranza.
Conte ha inoltre sollevato il tema della partecipazione al voto, evidenziando le difficoltà di molti cittadini fuori sede, in particolare studenti e lavoratori, impossibilitati a votare nel luogo di residenza. “Vogliono partecipare, far sentire la loro voce, e invece non viene permesso”, ha affermato, invitando gli elettori a informarsi e a votare “No”.
Anche il Partito democratico ha espresso forti critiche, concentrandosi sul piano dell’informazione e della par condicio. I parlamentari dem in Commissione di vigilanza Rai hanno denunciato l’intervista a Meloni su Rete4 come un “monologo” privo di contraddittorio, parlando di una narrazione “parziale” e in alcuni casi “palesemente errata” della riforma.
Nella nota, gli esponenti del Pd hanno annunciato un esposto all’Agcom e chiesto un riequilibrio degli spazi televisivi, con la presenza di rappresentanti del “No” in condizioni analoghe per tempo e formato. Secondo i dem, la copertura mediatica avrebbe violato i principi della par condicio, contribuendo a un clima di forte polarizzazione.