La strage di Bondi Beach segna un prima e un dopo nella storia recente dell’Australia. Non soltanto per l’efferatezza dell’attacco, quindici persone uccise durante una celebrazione religiosa ebraica, tra cui una bambina, anziani e sopravvissuti all’Olocausto, ma anche per quello che rivela sullo stato della nostra sicurezza nazionale, sulla fragilità della coesione sociale e sulla capacità della politica di affrontare, senza ambiguità, una forma di terrorismo di matrice ideologica religiosa.

Bondi non è stato un obiettivo casuale. Colpire una delle spiagge più iconiche del Paese, simbolo di accoglienza, apertura, normalità e vita quotidiana, durante una festa religiosa, ha avuto un significato profondamente simbolico. È stato un messaggio deliberato, studiato per amplificare paura, divisione e senso di vulnerabilità. Ed è proprio per questo che la risposta non può essere ambigua né limitarsi alla mera gestione dell’emergenza.

Il primo ministro Anthony Albanese ha annunciato una revisione delle agenzie federali di intelligence e di pubblica sicurezza, affidandone la guida a Dennis Richardson, figura di indiscussa esperienza che ha diretto ASIO ed è stato segretario dei dipartimenti della Difesa e degli Affari Esteri. L’obiettivo dichiarato è verificare se le agenzie dispongano dei poteri, delle strutture, dei processi e dei meccanismi di condivisione delle informazioni necessari per “tenere gli australiani al sicuro” in un contesto di sicurezza “rapidamente cambiato”. Il rapporto sarà consegnato entro il 2026 e reso pubblico.

È una decisione importante, e in larga misura inevitabile. Ma non è sufficiente pensarla né archiviarla come una risposta definitiva.

Il dibattito politico che si è immediatamente acceso ruota attorno a una domanda cruciale: una revisione tecnica basta a fare piena luce su quanto accaduto? Oppure serve una commissione reale a livello federale, con i poteri più ampi, capace di indagare non solo le agenzie operative ma anche le scelte politiche, le omissioni, le responsabilità e le priorità che si sono stratificate nel tempo?

L’opposizione, in particolare i Nazionali guidati da David Littleproud, insiste sulla necessità di una Royal Commission nazionale che “vada fino in fondo”, includendo le decisioni assunte a livello federale e il contesto in cui segnali e allarmi sono stati gestiti – o sottovalutati. Littleproud ha parlato apertamente di una “litania di fallimenti”, riconoscendo che eventuali responsabilità potrebbero risalire anche a prima del 2022, quando il Partito laburista non era ancora al governo. È una posizione politicamente interessata e schierata, questo è chiaro, ma non suona priva di fondamento nel merito.

Un dato, su tutti, pesa come un macigno: uno dei due attentatori, Naveed Akram, era noto ad ASIO già dal 2019, quando il governo federale era guidato dalla Coalizione. Questo elemento, almeno in questa fase con le indagini ancora in corso, non dimostra automaticamente un fallimento operativo, ma impone una riflessione seria sul modo in cui le informazioni vengono valutate, prioritarizzate e seguite nel tempo, soprattutto in un ambiente di risorse limitate e minacce multiple.

Il premier del Nuovo Galles del Sud, Chris Minns, ha scelto una strada diversa, anticipando i tempi annunciando una commissione reale statale che ha definito “la più importante nella storia del NSW”. Minns ha rivendicato un approccio pragmatico, affermando che il compito di una Royal Commission non è attribuire responsabilità politiche, ma ricostruire i fatti per impedire che tragedie simili si ripetano. “Io sono il premier ed ero il premier quando è successo, e me ne assumo la responsabilità”, ha detto Minns. È una dichiarazione che va riconosciuta per la sua chiarezza, anche se non esaurisce il problema del coordinamento tra livelli di governo.

Parallelamente, Minns ha impresso una forte accelerazione sul fronte legislativo, difendendo l’introduzione di leggi più severe contro le dichiarazione di odio e il bando di simboli e slogan riconducibili a organizzazioni estremiste e terroriste, tra cui Hamas, Hezbollah e lo Stato islamico. Minns ha parlato di una “lavatrice del male”, in cui slogan d’odio e retorica violenta si mescolano e si amplificano, sfuggendo al controllo di chi li promuove. In questa visione, la restrizione di alcune libertà individuali diventa un prezzo necessario per prevenire escalation di violenza.

È una linea che incontra il consenso di una parte rilevante della società, scossa e spaventata da quanto accaduto a Bondi. Ma è anche una linea che suscita forti critiche rispetto alla possibile strumentalizzazione di drammi di tale portata. È una preoccupazione che non può essere liquidata con leggerezza. La storia insegna che le risposte emergenziali, se non ben calibrate, rischiano di produrre effetti collaterali duraturi su quel fondamentale rapporto fiduciario tra Stato e cittadini.

Eppure, il problema dell’antisemitismo e dell’estremismo non può più essere affrontato come un fenomeno marginale o episodico. Negli ultimi anni, slogan violenti, manifestazioni ambigue e un clima di radicalizzazione crescente sono stati tollerati, minimizzati o interpretati come semplice espressione di dissenso politico. La tragedia di Bondi dimostra dove può portare questa sottovalutazione.

Il primo ministro Albanese si trova oggi in una posizione politicamente e moralmente delicata. Da un lato, ha difeso l’operato delle agenzie federali, con il ministro degli Affari interni Tony Burke che ha espresso “piena fiducia” in ASIO e polizia federale prima e dopo l’attacco. Dall’altro, ha dovuto riconoscere la necessità di una revisione profonda del sistema. Il fatto che il governo abbia incontrato una forte reazione negativa da parte della comunità ebraica, che ha parlato di mancanza di azione e di ascolto nei mesi precedenti l’attacco, indica che qualcosa, sul piano della percezione e della leadership, si è incrinato.

Non è un caso che la presenza di Albanese alla veglia commemorativa di Bondi, a una settimana esatta dalla strage, sia stata accolta con sentimenti contrastanti. Da un lato, il riconoscimento istituzionale del dolore. Dall’altro, la sensazione diffusa che l’azione politica sia arrivata forse troppo tardi, sospinta più dalla pressione dell’opinione pubblica che da una visione chiara e coerente.

Il rischio, ora, è duplice. Da una parte, quello di rispondere alla crisi con misure frammentarie, scollegate tra loro, guidate più dalla necessità di contenere i danni politici che da una strategia complessiva. Dall’altra, quello di sacrificare principi fondamentali  quali libertà di espressione, pluralismo, stato di diritto, senza affrontare le cause profonde della radicalizzazione e dell’estremismo del fondamentalismo religioso.

L’Australia si trova davanti a un passaggio cruciale. La sicurezza nazionale non può essere ridotta a un confronto tra “più poteri” o “meno libertà”. È una questione di priorità politiche, di risorse adeguate, di chiarezza morale e di capacità di chiamare le cose con il loro nome. L’estremismo islamista esiste, sfrutta le società aperte e si nutre delle ambiguità culturali e politiche. Negarlo o relativizzarlo non è un atto di tolleranza, ma di irresponsabilità.

Allo stesso tempo, la risposta dello Stato deve essere proporzionata, mirata e fondata su prove, non su paure indistinte o generalizzazioni. La revisione guidata da Dennis Richardson può rappresentare un passo serio in questa direzione, a condizione che non diventi un esercizio burocratico o un modo per guadagnare tempo. La trasparenza promessa, con la pubblicazione del rapporto, sarà un banco di prova decisivo.

L’attentato di Bondi ci costringe a guardarci allo specchio come società, per difendere quel multiculturalismo che, negli anni, ha reso l’Australia un luogo aperto, inclusivo, e una terra di opportunità, per tutti. I fatti di domenica 14 dicembre, una data che non dimenticheremo mai, hanno mostrato quanto sia fragile l’equilibrio tra sicurezza e libertà, tra pluralismo e coesione, tra vigilanza e compiacenza. La politica ora ha una responsabilità che va oltre il ciclo delle notizie e il calcolo elettorale: dire la verità, tutta la verità, e agire di conseguenza.

Perché il prezzo dell’ambiguità, come abbiamo tragicamente visto, può essere altissimo. E perché una democrazia matura si misura non solo nella sua capacità di accogliere, ma anche in quella di difendere se stessa.