“Non è una bugia se ci credi”. È una delle frasi più famose di George Costanza, il noto personaggio della storica serie televisiva Seinfeld.
Il primo ministro Anthony Albanese avrà il suo ben daffare nelle prossime settimane e mesi a ripetere, ad ogni intervista e alle puntuali accuse dell’opposizione, che giovedì scorso ha cambiato idea solo dopo una lunga e profonda riflessione.
Nessuna spinta, nessuna pressione esterna, ma una decisione maturata dopo incontri, lacrime condivise con i famigliari delle vittime della strage del 14 dicembre e ‘l’inutile Commissione reale d’inchiesta’ è diventata ‘essenziale’.
Il cambio di posizione di Albanese sull’inchiesta federale sull’attacco terroristico di Bondi Beach e sull’antisemitismo segna uno dei momenti politicamente più delicati del suo duplice mandato. Non si tratta soltanto di una decisione di enorme importanza per i risultati che è chiamata a fornire, ma di una svolta che solleva interrogativi sulla sua leadership e sulla capacità del governo di ‘leggere’ tempestivamente i sentimenti del Paese.
Per settimane, il primo ministro aveva respinto con fermezza l’idea di una commissione reale, definendola non necessaria, potenzialmente lunga e possibile ragione di pericolose instabilità e fratture interne, costosa e capace di distogliere risorse da risposte operative più rapide.
Poi, il dietrofront, con qualche giorno di graduale preavviso, fino ad arrivare all’essenzialità del provvedimento. Un’ inversione di rotta che non può essere archiviata come un semplice aggiustamento politico. È un passaggio che incide sulla credibilità del capo di governo e sulla percezione della sua autorevolezza.
In politica, cambiare idea non è di per sé un peccato capitale. Anzi, in determinate circostanze può essere un segno di maturità, capacità di ascolto e responsabilità. Ma tutto dipende da come e perché quel cambiamento avviene.
Nel caso di Albanese, il problema non è tanto la decisione finale – che la maggioranza degli australiani considera giusta e necessaria – quanto il percorso tortuoso e difensivo che l’ha preceduta. Un percorso segnato da ostinate resistenze, spiegazioni contraddittorie e da una narrazione retrospettiva che fatica a reggere alla prova dei fatti.
La commissione reale su antisemitismo e terrorismo rappresenta un evento senza precedenti per l’Australia. È uno strumento potente, capace di scandagliare responsabilità istituzionali, falle nei sistemi di sicurezza e, soprattutto, di affrontare una piaga storica come l’antisemitismo, che l’attacco terroristico di Hamas del 2023 e la susseguente reazione di Israele, hanno disinnescato, con varie forme di azione.
Il massacro di Bondi è stato l’apice, sicuramente inaspettato nella sua tragica pazzia, di una serie infinita di ‘dimostrazioni’ di una crescente vulnerabilità del Paese, data un’insufficiente lettura di troppe ‘prove’ di un pericolo sottovalutato o addirittura negato.
Proprio per questo, la riluttanza iniziale del governo ha colpito nel segno, dando l’impressione di una leadership più preoccupata di contenere i rischi politici che di rispondere all’indignazione morale della nazione dopo quanto è accaduto in quella tragica domenica di dicembre Albanese ha tentato di giustificare il ritardo sostenendo che non vi sia stato un momento preciso che lo abbia spinto a cambiare idea, ma piuttosto una riflessione progressiva.
Tuttavia, questa spiegazione appare poco convincente alla luce della pressione crescente che si è accumulata dall’esterno: le richieste insistenti delle famiglie delle vittime, il sostegno sempre più ampio della comunità ebraica, l’adesione di figure simboliche dello sport australiano e il coinvolgimento di settori della società ben al di fuori dei tradizionali schieramenti politici.
A emergere è l’immagine di un primo ministro trascinato verso una decisione che non voleva prendere, più che di un leader che ha guidato consapevolmente il Paese verso una scelta difficile ma necessaria.
Ed è qui che il danno politico diventa evidente. Per molti australiani, Albanese non appare come colui che ha ascoltato e agito, bensì come colui che ha resistito fino all’ultimo, cedendo solo quando il costo politico del rifiuto è diventato insostenibile.
Questa percezione rischia di lasciare cicatrici durature. La leadership, soprattutto in tempi di crisi, si misura sulla capacità di anticipare, non solo di reagire. Nel caso Bondi, il governo ha dato l’impressione di essere rimasto prigioniero di un calcolo interno, sottovalutando la forza simbolica dell’evento e il senso di giustizia dell’opinione pubblica.
Se un attacco terroristico di portata senza precedenti nella storia del Paese non giustifica un’inchiesta più approfondita possibile non solo sull’accaduto, ma sui motivi che hanno portato ad un’azione del genere, cosa altro la giustifica o la richiede?
Il parallelo fra due grandi decisioni del duplice mandato di Albanese – il referendum sulla Voce indigena e, ora, la Commissione reale sull’antisemitismo – è inevitabile. In entrambi i casi, il primo ministro ha investito un enorme ‘capitale’ politico, ma in entrambi i casi ha mostrato qualche limite nella capacità di captare le priorità e i desideri del Paese.
L’ostinazione nel mantenere una linea fino a quando non diventa politicamente indifendibile sembra essere un tratto ricorrente del suo stile di governo.
Va però riconosciuto che la decisione finale di istituire la Commissione reale d’inchiesta ha anche un altro aspetto, ed è sicuramente positivo, perché offre alla nazione l’opportunità di capire esattamente alcuni suoi punti deboli e di riportare, anche se non sarà facile farlo, i giusti equilibri su diritti e libertà civili nel Paese.
Ben venga quindi il sofferto sì all’indagine affidata all’ex giudice dell’Alta Corte, Virginia Bell: Albanese ha sicuramente fatto la cosa giusta, pur arrivandoci non proprio nella maniera più logica possibile e con qualche ritardo di troppo, soprattutto dal punto di vista delle motivazioni.
Il problema, tuttavia, è che in politica il “fare la cosa giusta” non cancella automaticamente il modo in cui ci si arriva. Il tentativo del primo ministro di riscrivere la cronologia degli eventi – suggerendo che la commissione fosse sempre stata una possibilità sul tavolo – rischia di aggravare, anziché attenuare, la sfiducia.
Una semplice ammissione di errore, accompagnata dal riconoscimento di aver ascoltato la comunità, avrebbe probabilmente rafforzato la sua immagine. Invece, la sensazione diffusa è quella di una verità adattata alle esigenze del momento.
Eppure, questa storia non è necessariamente destinata a essere solo un capitolo negativo. Se gestita con trasparenza e determinazione, la Commissione reale potrebbe diventare un punto di svolta per l’Australia: un’occasione per fare i conti con l’antisemitismo, per rafforzare i meccanismi di sicurezza e per riaffermare valori fondamentali.
In tal caso, il giudizio su Albanese potrebbe, col tempo (che elettoralmente è dalla sua parte) attenuarsi, lasciando spazio a una valutazione più equilibrata tra esitazioni iniziali e decisione finale.
A questo punto, la Commissione reale mette sotto esame non solo l’antisemitismo e il terrorismo, ma anche la leadership del primo ministro. Il verdetto politico, come quello dell’inchiesta, richiederà tempo (una lettura preliminare è prevista per aprile, ma la conclsione dei lavori è stata fissata per la data dell’anniversario dell’attentato, il 14 dicembre).
Ma una cosa è già evidente: dopo Bondi, Albanese non potrà più permettersi di confondere la cautela con l’immobilismo, né il calcolo politico con la guida morale di cui il Paese, nei momenti più bui, ha disperatamente bisogno.