Una provocazione ludica, un’intensa stimolazione sensoriale e un tocco di audacia, questi gli ingredienti essenziali del nuovo progetto di Shaun Gladwell Spazio Tarocchi, promosso da Rinaldo Di Stasio in associazione con la Melbourne Art Fair e presentato, lo scorso martedì 17 febbraio, con una splendida inaugurazione privata nel ristorante Di Stasio Città. Un’esperienza immersiva dove arte e alta gastronomia hanno trovato un equilibrio raro, quasi naturale, per un raffinato pubblico di nicchia.
Lo spazio ultra-contemporaneo del ristorante, avvolto in una luce soffusa, ha fatto da cassa di risonanza a un’installazione video multi-canale: pannelli dinamici, proiezioni anamorfiche, una colonna sonora avvolgente. Un invito a premere sull’acceleratore della creatività, senza però perdere il gusto della lentezza. Non è un caso che Di Stasio, raffinato interprete della cucina italiana e mecenate di lungo corso, abbia scelto proprio Città per ospitare il progetto inaugurale della piattaforma ‘Spazio Di Stasio’: un modello di patronage indipendente, lontano dalle logiche tradizionali di galleria o museo, fondato su fiducia, dialogo e visione condivisa fra committente e artista. “Culture Not Fear” è il principio che ne sostiene l’impianto.
Gladwell, classe 1972, è tra i nomi più riconosciuti della scena australiana contemporanea. La sua pratica, prevalentemente legata alla video performance, indaga il rapporto fra corpo e paesaggio, fra gesto e architettura, muovendosi con disinvoltura tra ambienti naturali e spazi urbani.
Dopo gli esordi con il collettivo Imperial Slacks e il primo progetto personale all’Artspace Visual Arts Centre nel 2000, l’ascesa è stata rapida: Yokohama, Busan, Sydney, fino alla rappresentanza dell’Australia alla 53esima Biennale di Venezia nel 2009, a meno di 10 anni dalla prima mostra in una galleria pubblica.
Spazio Tarocchi nasce da un lungo lavoro sul campo tra Venezia, Milano, Roma e Napoli.
È un’opera che fonde performance e immagine in movimento, riflettendo sul linguaggio dei Tarocchi e sulla tensione storica tra astrologia e astronomia. Ma è soprattutto un’indagine fisica: il corpo dell’artista contro lo spazio, in un confronto diretto con ponti, lampioni, architetture civiche. Il ponte, non a caso, è un motivo ricorrente che simboleggia il passaggio e la sospensione, ma anche un dialogo fra culture e ruoli.
Gladwell ha raccontato, durante il delizioso vernissage, uno degli episodi veneziani che hanno segnato la genesi del lavoro. “È prestissimo al mattino e mi trovo in Piazza San Marco. La vedo svuotata, silenziosa. Una delle piazze più affollate del mondo è completamente deserta: ci siamo solo io e David Clarke.
Decido di arrampicarmi su un lampione in ferro battuto di 150 anni. È fondamentale per me non lasciare tracce, non causare danni, non disturbare la città”.
Non c’è compiacimento nel rischio, piuttosto un’attenzione quasi etica al gesto. “Spazio Tarocchi è interessato alla fisica del salto e al suo significato. Può usare l’AI per migliorare le immagini, ma non simula il rischio”, ha spiegato ancora l’artista in un’intervista rilasciata alla rivista Vault. Le performance, talvolta non autorizzate, includono anche le reazioni delle autorità italiane, descritte come cordiali e attente alla sicurezza.
Il rapporto con Di Stasio è stato determinante. “Non è stata una transazione, ma un dialogo”, ha sottolineato Gladwell. Lunghi pranzi, confronti serrati, una visione comune che intreccia arte, architettura e convivialità.
Di Stasio, innovatore del panorama culturale di Melbourne, ha costruito in oltre quarant’anni un percorso in cui ospitalità e ricerca estetica si fondono in un’unica esperienza. Qui l’arte non è ornamento, ma parte integrante dell’ambiente.
All’inaugurazione è intervenuta anche la console italiana per il Victoria e la Tasmania a Melbourne, Chiara Mauri, che ha parlato di “un invito a tutti i nostri sensi a rallentare”, ricordando come la cultura non sia un’entità astratta, ma uno strumento concreto di dialogo e comprensione reciproca. Un messaggio che trova eco proprio nella scelta di collocare l’opera in uno spazio di vita quotidiana, dove il pubblico incontra l’arte senza mediazioni formali.
L’installazione, con proiezioni della durata di un’ora e nove minuti, è accompagnata dal lavoro tecnico di Declan McMonagle, dalla direzione della fotografia di David Clark, Judd Overton e Roberto Pio Di Monte, e dalla produzione di Mallory Wall e Alana Kushnir.
Un progetto corale che si inserisce nell’architettura del ristorante Città come un affresco digitale, destinato a evolversi con una futura componente XR. Arte e cucina, visione e materia, silenzio e suono: a Di Stasio Città il confine tra i linguaggi si stempera. “Voglio che l’opera si costruisca davanti agli occhi di chi guarda – ha concluso Gladwell –. Rallentando le immagini si sospende la tirannia della gravità e si può osservare la grammatica del gesto. È lì che questo lavoro trova il suo senso”.