CANBERRA – L’inflazione in Australia ha rallentato più del previsto, scendendo al 3,4% su base annua nel mese di novembre, un dato che alleggerisce – almeno temporaneamente – la pressione sulla Reserve Bank of Australia (RBA) in vista della prossima riunione di politica monetaria di febbraio.

La discesa è stata favorita soprattutto da una forte ondata di sconti nel commercio al dettaglio legata al periodo del Black Friday, che ha spinto verso il basso i prezzi di abbigliamento e articoli per la casa. Ma secondo molti economisti il sollievo potrebbe essere breve, perché la riduzione dei prezzi legata alle promozioni rischia di svanire rapidamente, lasciando emergere nuovamente le pressioni sui costi in settori cruciali come alloggi, energia, trasporti e alimentari.

Il dato, diffuso mercoledì scorso dall’Ufficio australiano di statitistica, ha sorpreso rispetto all’impennata registrata a ottobre, quando l’inflazione era risalita al 3,8%. Un mese fa, proprio quel rimbalzo aveva rafforzato le previsioni di un possibile aumento dei tassi già a febbraio.

Il ministro del Tesoro Jim Chalmers ha accolto con cautela la notizia del rallentamento dell’inflazione, ma ha sottolineato che il livello resta comunque superiore a quello auspicato dal governo. “Sappiamo che le famiglie sono ancora sotto pressione ed è per questo che il nostro responsabile sostegno per far fronte al costo della vita è così importante”, ha dichiarato.

Oltre all’indice generale, gli economisti e la RBA guardano con particolare attenzione all’inflazione “di fondo”, il cosiddetto trimmed mean, che elimina variazioni temporanee e una tantum come quelle legate alle promozioni. A novembre, questo indicatore si è attestato al 3,2%, in linea con le aspettative e comunque sopra il range obiettivo della banca centrale, fissato tra 2% e 3%. Il dato generale, pur essendo sceso al 3,4%, resta inoltre leggermente sopra la previsione di fine anno della RBA, che puntava al 3,3%.

Alla riunione di dicembre, la RBA aveva mantenuto il tasso ufficiale al 3,6%, ma la governatrice Michele Bullock aveva cambiato tono, avvertendo che i rialzi potrebbero essere di nuovo all’orizzonte e che esiste un rischio maggiore di nuove pressioni inflazionistiche. 

A determinare la sorpresa di novembre è stata soprattutto la dinamica dei prezzi al dettaglio, con forti sconti concentrati su alcuni beni tipici del periodo promozionale. Tra ottobre e novembre, i prezzi di abbigliamento e calzature sono scesi del 3,1%, mentre quelli dei mobili sono diminuiti del 4,6%. Anche il comparto turistico ha registrato un calo: i prezzi delle vacanze domestiche sono scesi del 4,1% nel mese, mentre quelli delle vacanze internazionali – a sorpresa – sono diminuiti dello 0,6%. 

Anche i costi sanitari hanno segnato un calo dello 0,5% tra ottobre e novembre, in parte grazie all’espansione degli incentivi per il bulk-billing entrata in vigore il 1° novembre 2025.

Nonostante il rallentamento complessivo, l’ABS ha sottolineato che persistono aumenti significativi in alcune aree essenziali del paniere. I costi dell’elettricità sono aumentati del 19,7% su base annua, un effetto attribuito alla scadenza dei sussidi federali e statali sulle bollette. Il comparto alloggi è cresciuto complessivamente dell’1,1% tra ottobre e novembre e del 5,2% nell’anno, trainato da un aumento del 4% degli affitti, del 2,8% nei costi di costruzione di nuove abitazioni e, ancora una volta, dal balzo dei prezzi dell’energia.

Anche i generi alimentari continuano a pesare: il costo del cibo è salito del 3,3% nell’anno. Le spese per pasti al ristorante e cibi da asporto – che raramente beneficiano di sconti stagionali – sono aumentate del 3,5%, mentre carne e frutti di mare sono saliti del 3,9%, anche per via della forte domanda estera per i prodotti australiani.

Secondo l’economista di RSM Australia Devika Shivadekar, il quadro resta ambivalente: “Per la RBA gli indicatori rimangono ambigui, perché l’inflazione sta rallentando, il che suggerisce il mantenimento dei tassi, ma i costi di alloggio ed energia restano ostinatamente elevati, segnalando pressioni sui prezzi di fondo”, ha spiegato. “Il prossimo dato chiave prima della riunione di febbraio sarà il rapporto sul mercato del lavoro, perché la crescita salariale e le tendenze dell’occupazione influenzeranno in modo decisivo la decisione della RBA su come mantenere o modificare la propria impostazione di politica monetaria”, ha aggiunto.

Tra gli economisti più cauti c’è Stephen Smith di Deloitte Access Economics, che ha definito un possibie rialzo già a febbraio una scelta affrettata. “Concludere con sicurezza che l’economia ha raggiunto il suo limite di velocità – l’attuale moda tra alcuni esperti per giustificare un rialzo dei tassi – implica che misurare il tasso potenziale di crescita dell’economia sia una scienza esatta. Tutt’altro. Qualsiasi risposta di politica economica dovrebbe essere attenta e prudente, piuttosto che impulsiva”.

Oltre all’inflazione, uno dei fattori decisivi per la RBA sarà il mercato del lavoro. A novembre, l’economia australiana ha perso 21.000 posti di lavoro, il calo mensile più forte da febbraio, segnale di un raffreddamento dell’occupazione che potrebbe ridurre il rischio di pressioni salariali e quindi di nuova inflazione. Proprio per questo, diversi economisti ritengono che la banca centrale attenderà ulteriori informazioni prima di muoversi.

I dati sul mercato del lavoro di dicembre saranno pubblicati più avanti questo mese, mentre la vera tappa cruciale sarà il rapporto trimestrale sull’inflazione del 28 gennaio, che includerà i numeri completi del trimestre di dicembre.